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Croce del Sud[PensieriVolanti] #35

La chiamano Croce del Sud perché assomiglia una croce e aiuta i naviganti a raggiungere il sul polare. Brilla nel cielo, sfavillante, basta seguirne gli incroci tra le stelle per trovare la propria direzione, e la vediamo solo nell’emisfero australe.
La notte diventa magica in sua compagnia, sul serio. Ti sospinge lontano con una brezza di speranza sul mare dei sogni, e ti fa sembrare ogni cosa possibile. Devo molto alla Croce del Sud, solo per il privilegio di averla potuta vedere.
E con essa mi ricordo che non importa quanto tempo, nemmeno lo spazio che ti è concesso percorrere. Ciò che conta è avere una direzione dentro, nel cuore e nella mente. E portarla avanti, senza mai dimenticare chi siamo e soprattutto senza mai vergognarsi per cosa siamo.
Il segreto è tutto qui.
Una direzione da seguire, che se è quella giusta, porta nella via del bene. Aiuta a essere realmente felici.
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Pubblicato da su 28 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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TRIANGOLI ROSA[RACCONTO]

Uscito per la prima volta nella raccolta “Concatenazioni” edita da 6pollici nel 2013, lo ripropongo oggi.
Per non dimenticare mai.

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TRIANGOLI ROSA

Paragraph 175 StGB.
Ein Mann, der mit einem anderen Mann Unzucht treibt oder sich von ihm zur Unzucht mißbrauchen läßt, wird mit Gefängnis bestraft.
Bei einem Beteiligten, der zur Zeit der Tat noch nicht einundzwanzig Jahre alt war, kann das Gericht in besonders leichten Fällen von Strafe absehen.
Articolo 175.
Un uomo che commette atti licenziosi e lascivi con un altro uomo o permette l’abuso su di sé di atti licenziosi e lascivi, deve essere punito con l’imprigionamento. Se uno dei due coinvolti ha meno di 21 anni, al momento del compimento dell’atto la Corte può, specialmente in casi particolari, inasprire la punizione.

Lo scatto del registratore mi fece sussultare, mentre lei lo posava sul tavolo.
– Quando se la sente, incominci pure – sussurrò, pronta a prendere appunti. Fissai l’orologio sulla parete dinanzi a me, quasi avesse il potere di arrestarsi e ritornare indietro per riportarmi ai miei incubi di tanti anni fa.
– Inverno 1940 – iniziai – il mio arrivo al campo di concentramento di Sachsenhausen…

Frugando nei miei ricordi, non posso negarlo, ci sei tu e i tuoi occhi di cristallo, che notai subito il giorno in cui fosti assegnato al nostro blocco.
M’invadono i pensieri anche adesso.
Eri giovane e sperduto, non so nemmeno quanto potessi essere conscio del perché fossi finito tra noi. Il tuo segno sul petto, in quella divisa a righe, diceva tutto di te e aveva ben poca importanza quanto fosse vero o meno, il tuo destino era già stato segnato, legato a doppio filo con le nostre disgrazie. I tuoi capelli erano stati rasati, ma eri bello ugualmente, tremo ancora adesso se ci ripenso.
Con te nella mia mente inizio a parlare quest’oggi.

– Cosa facevate durante la giornata? A che lavori, o attività, eravate assegnati?
Lei si sporse dalla poltrona, quasi avesse voluto venirmi incontro. Il suo registratore continuava a girare.
– Non avevamo scelta – ripresi – eravamo destinati ai lavori forzati, oppure costretti a sottoporci alle cure e agli esperimenti di alto profilo scientifico a cui i medici del Reich si dedicavano nell’intento di farci guarire dall’omosessualità. Non seppi mai con quali criteri venivamo scelti, ma nessuno guarì con i loro tentativi a base di ormoni. – Sorrisi amaro.

Imparasti fin da subito qual era la nostra routine: il risveglio, se mai Dio avesse voluto regalarci il sonno; l’appello e la colazione, se ve ne fosse stato il tempo. Poi il lavoro, estenuante tra lo scherno e il disprezzo dei nostri carcerieri. Dopo la prima settimana ci misero assieme.
A mani nude spostavamo la neve da un ciglio all’altro della strada. Ricordo che più di una volta rischiai di inciampare per essermi soffermato troppo tra le tue iridi. Cadere sarebbe stato un grave errore, loro non aspettavano altro.
– Io mi chiamo Hans – sussurrasti, tanto da poter essere sentito da me solo.
– Georg – replicai con un soffio.
– Tutto questo finirà quando ci uccideranno? – mi chiedesti al successivo trasporto. Mi morsi la lingua, la tua domanda cadde nel vuoto. I miei occhi si incastrarono nei tuoi e ciò valse più di ogni altra risposta.

– E la notte? Cosa succedeva durante le notti?
Sospirai per trovare il coraggio di proseguire, senza riuscire a non sentirmi abbrutire man mano che andavo avanti, ma avevo deciso io che era giunto il momento di rivelarlo:
– Eravamo obbligati a stare in due o in tre per cuccetta, le mani bene in vista per non toccarci. La luce era sempre accesa e ogni notte facevano le ronde per controllare. Non era permesso nemmeno parlarci, potevamo solo pregare in silenzio che il sonno scendesse su di noi.

Erano trascorsi dei mesi dal tuo arrivo, quando assistemmo all’esecuzione dei due che dormivano vicino a noi.
Fummo messi in riga mentre loro, di fronte a tutti, vennero spogliati in mezzo alla neve; era Gennaio, credo.
Sapevamo che avremmo saltato la brodaglia che chiamavano colazione quel giorno, perché fummo obbligati a guardare quello spettacolo orrendo, ad ascoltare quelle urla atroci.
Sperai con tutto il cuore che le guardie non notassero le nostre lacrime: avremmo rischiato di essere puniti anche noi.
Erano stati scoperti a toccarsi la notte precedente; le avvisaglie di questo loro amore, noi le avevamo notate da tempo e ne avevamo paura, era impossibile sfuggirgli, sapevamo che sarebbe accaduto.
Li violentarono con le spranghe prima di sparare e dopo li lasciarono lì, sanguinanti e mezzo sventrati, sulla neve che divenne rossa tutt’intorno. Le guardie ridevano, ci minacciavano dicendo:
– I prossimi potreste essere voi.
Quella notte notai che tremavi perché eravamo finiti nella stessa cuccetta da un mese, il ricambio tra nuovi arrivi e decessi era costante. La tua figura si era fatta ben più esile rispetto alla tua discesa nel nostro inferno.
Era appena passata la ronda, i tuoi occhi grandi mi fissavano irrequieti, sapevo che ancora nelle tue orecchie rimbombavano le urla di dolore dei nostri compagni.
“Avrei voluto poterti abbracciare pur di confortarti e cancellare dalla tua mente quell’orrore, ci sarebbe voluto poco, le nostre mani erano distanti qualche centimetro soltanto.
Poi accadde: d’improvviso il tuo viso si arenò sul mio e, per un lungo minuto ci baciammo.
Non so se fosse per paura o per chissà quale altra misteriosa forza che voleva esorcizzare l’orrore che era diventata la nostra vita. Per fortuna nessuno se ne accorse, dopo pochissimo i tuoi occhi tornarono a fissare il fondo della branda sopra di noi. Non me lo sono mai scordato quel gesto, perché ti fece smettere di tremare e io mi sentii per la prima volta un essere umano.

– Avevate rapporti, di qualunque genere, con gli altri reclusi del campo? Collaboravate? Vi incontravate?
– Eravamo considerati da tutti il gradino più basso, anche dagli altri prigionieri. D’altronde noi triangoli rosa, eravamo quelli contro natura che per il solo fatto di esistere commettevano un delitto agli occhi di chiunque. Qualsiasi tipo di contatto con noi avrebbe sicuramente provocato il sospetto di essere omosessuali e generato ritorsioni crudeli se non mortali. Nessuno, dagli ebrei, agli zingari, ai testimoni di Geova, avrebbe dovuto fare grandi sforzi per disprezzarci.
Mi fermai un secondo prima di proseguire, per tirare il fiato, bere un sorso d’acqua e poi finii:
– il triangolo rosa era il nostro marchio dalla doppia sventura. Se fosse capitato a qualcuno di ucciderci, nessuno sarebbe stato punito, come invece sarebbe successo tra gli altri internati.
– Mi sta dicendo che la sua vita aveva un valore diverso?
– Non aveva più nemmeno il suo nome.

Altro tempo trascorse mentre il nostro amore, nonostante la fame e il dolore quotidiano, cresceva.
Ci furono diverse esecuzioni e altri nuovi sventurati ci raggiunsero. Io ti amavo, nonostante ormai di noi fosse rimasto solo il fantasma di quel che eravamo un tempo, nella vita passata che non c’era più. Ci avevano adibiti al trasporto dei cadaveri destinati ai crematori.
La tua tosse peggiorava di giorno in giorno, io pregavo che nessuno si accorgesse del tuo malessere e lo riferisse: si diceva che chi si fosse ammalato sarebbe passato per il camino.
Mi ricordo bene quando avesti la tua crisi: stavamo trasportando l’ennesimo corpo sconosciuto, in parte putrescente. Tu ti fermasti senza motivo, guardandomi e basta, io cercavo di strattonare il peso per farti riprendere a camminare prima che il Kapo e le guardie ci punissero con la frusta per la pausa non concessa.
Il tuo viso era scavato e terreo, imperlato di sudore.
– Ti amo, Georg – dicesti mentre mi fissavi senza muoverti.
Rimasi impietrito mentre tutto avveniva molto in fretta. Fosti scosso da una tosse violenta che sparse sangue dinanzi ai tuoi piedi senza che tu riuscissi a placarti.
Ti vidi cadere in ginocchio, cercai di sorreggerti, piangevo. Arrivarono subito, strappandoti dalle mie braccia, con forza cercai di aggrapparmi alla tua casacca logora ma mi rimase in mano solo un pezzo del tuo triangolo rosa.
Fui allontanato a calci e spintoni mentre ti trascinavano via.

– C’è mai più tornato a Sachsenhausen?
Erano passate due ore dall’inizio dell’intervista e sapevo che ormai ci stavamo approssimando alla conclusione. Involontariamente, una lacrima mi scese tra le gote, mentre la mano mi si posizionò all’altezza del mio vecchio cuore malandato.
No – mentii – non ne ho mai avuto il coraggio.

Ricordo bene che lo feci qualche anno fa, quando ancora le mie gambe funzionavano nonostante tutto.
Rividi quei binari maledetti, là, dove i miei occhi o soltanto il mio animo attendevano di incrociare di nuovo il tuo sguardo.
Osservai tutto quanto, durante la visita guidata, riconoscendo che nei miei ricordi non era presente la dimensione immane di cosa fosse stata quella tragedia.
Sachsenhausen era vuoto, eppure io, nella nebbia dei miei ricordi, non avevo mai pensato alla sua grandezza. Vidi anche la nostra baracca, ma non ebbi il coraggio di entrarvi per vedere cosa potesse esserci rimasto dentro, di me, di noi. La guida spiegò per filo e per segno tutto, ma non disse una parola sui triangoli rosa. Ancora oggi, pensai, siamo destinati a morire nell’oblio.
Mentre il resto della comitiva, silenziosamente, si recava verso l’ingresso per allentare la tensione generata dal luogo e dai racconti, mi avviai a compiere quello per cui ero venuto.
Conoscevo la strada, anche dopo tutti quegli anni in cui con tutte le forze avevo cercato di cancellarla. Mi fermai vicino ai binari, poco distante c’era la rampa dove ogni cosa, per entrambi, aveva avuto inizio.
Tirai fuori il mio logoro pezzo di stoffa, ormai sbiadito, che avevo conservato come una reliquia per tantissimo tempo. Era il mio triangolo, quello che avevo cucito sul petto della mia divisa.
Lo adagiai lì, vicino alle rotaie, ponendoci sopra un sasso. Era così che doveva essere fatto.
Indica un pezzo del mio cuore, un pezzo della mia vita, rappresenta quell’uomo col pigiama a righe, consunto e sporco, il cui spirito ha atteso giorno dopo giorno, anno dopo anno, il tuo ritorno.
Ricordo che piansi soltanto più tardi, ma provai anche sollievo, perché finalmente dentro di me parte di quell’incubo era stato ripagato.

L’intervistatrice si avviò verso la porta, ringraziandomi tanto per la gentilezza. Il registratore scomparve nella sua borsetta.
Dopo che fu andata via, la mia mano tornò vicino al cuore, estrassi dal taschino lo scampolo rosa sbiadito che apparteneva alla tua divisa.
Me lo misi sul naso, come facevo di tanto in tanto, cercando di non piangere più. Se chiudevo gli occhi riuscivo ancora a captare una qualche sfumatura del tuo odore, che non ho mai più ritrovato, perché la vita con le sue tragedie mi ha impedito di riassaporarlo dopo l’unico bacio che io e te ci eravamo scambiati.
Nel mio animo sentivo dentro l’unico rimpianto che mi restava e che mi assillò per tutto il tempo successivo.
– Ti amo, Hans – sussurrai.
Glielo avrei voluto dire prima che lui morisse, prima che me lo strappassero dalle braccia.

 
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Pubblicato da su 27 gennaio 2017 in Blog, Letteratura, Vita

 

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Robben Island[PensieriVolanti] #34

Questa è Robben Island, un fazzoletto di terra a circa 12 chilometri da Città del Capo e adibita, sin dalla prima colonizzazione europea, a carcere. Un’isola che si staglia all’orizzonte della città, noto perché per gran parte della sua prigionia, e in condizioni spesso disumane, Nelson Rolihlahla Mandela vi abbia dovuto soggiornare come prigioniero politico a causa della sua strenua opposizione all’apartheid. All’epoca era un carcere di massima sicurezza e solo di recente è diventato un museo che ci racconta, se tendiamo l’orecchio al sibilo delle onde, di come un singolo uomo e i suoi compagni, sebbene confinati, in tutti quegli anni abbiano continuato il loro attivismo in favore dell’equità di tutti, senza distinzioni di colore, razza od origine. Un posto che a me personalmente ricorda come l’eroismo di chi lotta per l’uguaglianza, non conosce né sbarre né confini. Dobbiamo molto a uomini come loro. E in loro nome mai bisogna dimenticare che i diritti sono patrimonio imprenscindibile di ogni essere umano. Robben Island è solo un simbolo che ancora oggi ci parla di tutto questo.

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Pubblicato da su 26 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Diario di viaggio #9

img_3498Sveglia alla solita ora, inusuale se pensiamo a sabato, per il consueto safari mattutino, ma vissuto col mio personale magone perché di lì a poche ore avrei dovuto abbandonare quel luogo magico per proseguire il mio viaggio in questa terra davvero speciale.
Di sicuro, per la quarta escursione, la parte davvero più bella è stato l’incontro a debita distanza con l’intero branco degli elefanti alla pozza: li abbiamo osservati abbeverarsi, sciacquarsi e spruzzarsi il fango addosso, in religioso silenzio, a parte qualche barrito di protesta. Il branco si muoveva come in una danza precisa, con la supervisione del capo branco. Un’esperienza splendida, che però non ha lenito la mia tristezza.

img_3487Abbiamo salutato gli uomini e le donne che rendono possibile e soprattutto fruibile un oasi del genere e credo che me li porterò dentro per tanto tempo.

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6241678800_img_1657Lo strappo l’ho avvertito proprio mentre il cancello si è richiuso alle nostre spalle e siamo ripartiti per un estenuante viaggio di 5 ore per arrivare in tempo all’aeroporto di Johannesburg. Non so se riuscirò a spiegarmi: è stata proprio una separazione forte, intensa, dolorosa. Abbandonavo qualcosa che mi ha fatto stare bene e non volevo.

img_3486Nella nostra traversata ci siamo imbattuti in diversi villaggi e cittadine. Da cui ho desunto una mia idea di un Sudafrica che ancora non ha chiaro il suo destino: vedi nelle periferie molta povertà (proveniente anche da un intenso fenomeno migratorio da altri stati). Un popolo con le sue tradizioni che si è liberato dell’apartheid, ma dove ancora diffidenza e conflitti sono presenti. (E forse anche un pizzico di razzismo all’inverso).

Ho sentito la necEssità di rinchiudermi in me stesso per un po’, forse per elaborare quell’addio, ma anche per pensare a tutto questo. A un popolo che non si risparmia per lavorare ed emanciparsi su un modello comunque occidentale, ma che detiene ancora quel senso d abbandono che fa male vedere.

Giunti a destinazione, abbiamo salutato il mitico Mario, la guida che di ha accompagnati in questa avventura e che, sono certo, faticheremo a dimenticare.

Poi, di botto, una volta atterrati, abbiamo scoperto i colori di Capetown, anche se eravamo stanchi morti. Ma di quello, scusatemi, vi parlerò domani… adesso sto proprio crollando.

La canzone non poteva che essere questa https://youtu.be/4pBo-GL9SRg

Scritto da Fra il 15.01.16 h. 01;06

 
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Pubblicato da su 15 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Cose mie #16

Ciampino

“Polvere è un romanzo breve che lascia dietro di sé una scia molto lunga: quella dell’amore tra i protagonisti, ostacolato prima dai pregiudizi, poi dall’epoca storica e poi dal destino stesso con i suoi colpi di mano. I momenti di gioia sono quasi strozzati nelle sofferenze, un po’ come nella vita di tutti i giorni. Ed è questo il grande pregio di Polvere: mostrarci le difficoltà dell’amore tra Rino e Bustianu con realismo, in modo disincantato e autentico.”
La valutazione del Premio Città di Ciampino per il secondo posto di Polvere.

Cosa è giusto provare dopo momenti di questo genere, mi chiedo io. Ci sono occasioni in cui davvero ci si merita di fermarsi e riflettere, su quello che è un percorso di un libro, su quello che arriva al lettore di ciò che scrivi. Ecco, oggi posso dire in assoluta sincerità che molto probabilmente raggiungere un bel risultato, come essere tra i finalisti di un premio letterario, nonostante tutte le difficoltà in cui un autore, di norma, si imbatte quando entra e cerca di rimanere a galla nel mondo dell’editoria, possa essere un sogno che si concretizza, o anche il degno finale che ci auspichiamo quando mettiamo al mondo la nostra storia e lasciamo navigare nell’etere, sulla carta, tra le pagine. E la mia risposta è che non so cosa provare, cosa dire dell’emozione che ho provato. Solo, che è stata davvero tanta. Ma come sempre, io penso che il merito non vada solo a una penna, ma tutti coloro che, ancora oggi, dopo un anno e oltre in cui Polvere è stato pubblicato, hanno contribuito a farlo crescere, e sono rimasti attaccati quanto me alla sua forma, alle sue parole, a quello che ho sentito scrivendo, presentandolo e facendolo recensire.
Una di quelle emozioni che mi spronano, nonostante le difficoltà di cui parlavo poco sopra, a non smettere. Io ho un sogno: poter dire. E se questo sogno si concretizza, il merito va a chi legge quello che scrivo e se ne lascia coinvolgere. A chi domani, leggendo la parola fine, comprenderà magari non solo il mio messaggio, ma un altro punto di vista.
Mondoscrittura 2

Sognare alla fine ripaga sempre. E anche se non merito, o meglio, non vengo incluso nelle luci della ribalta di un mondo che forse, e dico forse, privilegia altri aspetti dell’editoria piuttosto che un messaggio o le emozioni che trasmetto, beh, in situazioni come questa, mi sento di poter dire che non è ancora venuto il tempo di smettere.
Lo devo a tutti quanti voi, ma soprattutto lo devo a me stesso.

 
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Pubblicato da su 28 ottobre 2015 in Blog, Letteratura, Vita

 

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