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Archivi tag: Pensieri Volanti

Croce del Sud[PensieriVolanti] #35

La chiamano Croce del Sud perché assomiglia una croce e aiuta i naviganti a raggiungere il sul polare. Brilla nel cielo, sfavillante, basta seguirne gli incroci tra le stelle per trovare la propria direzione, e la vediamo solo nell’emisfero australe.
La notte diventa magica in sua compagnia, sul serio. Ti sospinge lontano con una brezza di speranza sul mare dei sogni, e ti fa sembrare ogni cosa possibile. Devo molto alla Croce del Sud, solo per il privilegio di averla potuta vedere.
E con essa mi ricordo che non importa quanto tempo, nemmeno lo spazio che ti è concesso percorrere. Ciò che conta è avere una direzione dentro, nel cuore e nella mente. E portarla avanti, senza mai dimenticare chi siamo e soprattutto senza mai vergognarsi per cosa siamo.
Il segreto è tutto qui.
Una direzione da seguire, che se è quella giusta, porta nella via del bene. Aiuta a essere realmente felici.
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Pubblicato da su 28 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Robben Island[PensieriVolanti] #34

Questa è Robben Island, un fazzoletto di terra a circa 12 chilometri da Città del Capo e adibita, sin dalla prima colonizzazione europea, a carcere. Un’isola che si staglia all’orizzonte della città, noto perché per gran parte della sua prigionia, e in condizioni spesso disumane, Nelson Rolihlahla Mandela vi abbia dovuto soggiornare come prigioniero politico a causa della sua strenua opposizione all’apartheid. All’epoca era un carcere di massima sicurezza e solo di recente è diventato un museo che ci racconta, se tendiamo l’orecchio al sibilo delle onde, di come un singolo uomo e i suoi compagni, sebbene confinati, in tutti quegli anni abbiano continuato il loro attivismo in favore dell’equità di tutti, senza distinzioni di colore, razza od origine. Un posto che a me personalmente ricorda come l’eroismo di chi lotta per l’uguaglianza, non conosce né sbarre né confini. Dobbiamo molto a uomini come loro. E in loro nome mai bisogna dimenticare che i diritti sono patrimonio imprenscindibile di ogni essere umano. Robben Island è solo un simbolo che ancora oggi ci parla di tutto questo.

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Pubblicato da su 26 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Diario di viaggio #10

img_3533L’esplosione cromatica della nazione sudafricana emerge già dalla sua bandiera multicromatica, che simboleggia l’interconessione tra diverse culture, lingue, modi di vivere presenti nel territorio nazionale e, soprattutto, nella sua storia, che fonda sullo scontro e l’integrazione le sue stesse radici. Questa peculiarità la troviamo in primo luogo proprio a Città del Capo, una metropoli di 4 milioni circa di abitanti che al suo interno integra diverse etnie e che è stata al centro del movimento di ribellione e politico che ha portato alla fine dell’apartheid. La città si respira sin dal primo contatto. 6176666288_img_1708Ieri notte, quando siamo approdati, a dire il vero eravamo troppo stanchi per poterci fare caso: abbiamo abbandonato il senso dell’Africa naturale con la riserva per ritrovarci proiettati in un contesto nettamente differente, aiutato di certo da un hotel, il Taj, extra lusso e davvero bello nell’aspetto e nella cura, dal personale alla struttura. 6176666288_img_2121Alle otto e mezzo abbiamo incontrato la nostra super guida Annalisa che ci ha portato a visitare oggi, per un fitto programma, il famoso Capo di Buona Speranza, con tutte le sue caratteristiche uniche. Di sicuro, a parte aver ripassato la storia della sua scoperta (dovuta a Vasco De Gama che non riuscì mai a doppiarlo e a Diaz, altro portoghese, che finalmente imboccò la rotta giusta anche se poi i nuclei cittadini dovettero attendere altri 200 anni per nascere, grazie agli olandesi) ci siamo concentrati sulla coniugazione del concetto stesso dell’incontro.6176666288_img_1882

6176666288_img_1863Come prima fermata, dopo aver ammirato alcune belle spiagge, ci siamo fermati a Hout Bay per la visita all’isola delle otarie (ma c’era anche qualche leone marino) raggiungibile con un battello. 6176666288_img_1790Non è nulla di più di uno scoglio dove questa specie di foca va a stazionare (e nemmeno a riprodursi) e farsi fotografare dai turisti. La cittadina si presenta come una normale comunità dedita alla pesca. Poi siamo arrivati fino al Parco Nazionale della Penisola del Capo, raggiungendo attraverso la funicolare il famoso faro dalle cui propaggini scogliere c’è la netta suddivisione tra oceano Atlantico e oceano Indiano. Per quanto alla fine non si notino differenza tra i due mari che “si incontrano”, l’idea fa un certo effetto, lo confesso. E rimane comunque un posto suggestivo.6176666288_img_1910
6176666288_img_1914Un’altra cosa che mi è rimasta di certo impressa è l’attenzione che i cartelli stradali riservano ai babbuini, avvisando gli umani della loro “pericolosità” soprattutto perché attratti dal cibo. Ma anche per preservarne l’incolumità visto che hanno il vizio di attraversare la strada senza guardare. Un altro cartello che avvisa la clientela di fare attenzione alla guida riguarda persino le tartarughe (cosa che mi ha fatto comunque sorridere parecchio). In generale comunque si conferma, anche in un ambiente urbanizzato, la continua attenzione verso il mondo animale che caratterizza la nazione.
Un’altra peculiarità che ci è stata fatta rilevare attiene anche alla vegetazione, unica nel suo genere tanto da divenire proprio per questo un vero e proprio microcosmo a livello mondiale. Molti degli scorci che ho visto in questa fase erano comunque simili a certi paesaggi della mia terra sarda, ma credetemi, come potete vedere dalle foto, l’oceano ha un fascino tutto suo.6176666288_img_2012
Dedica per voi, come di consueto: https://youtu.be/cjVQ36NhbMk

Scritto da Frà il 15.01 alle ore 23,40

 
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Pubblicato da su 16 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Cose mie #17

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Ed ecco che poi, a luci spente, subentra la stanchezza, solo perché l’odio non sembra che voglia finire. C’è stato un tempo in cui anche io avevo paura di uscire di casa, per timore dell’altrui derisione e della violenza. Ci sono voluti anni e un intenso lavoro su me stesso per uscire allo scoperto e smettere, semplicemente, di avere paura. Il timore rimane cucito sulla pelle, come un tatuaggio. E ci si ostina, nel tempo, a camminare a testa alta, a dirsi di non aver nulla di cui vergognarsi. E poi arriva altro odio, a ondate, che ti travolge, e ti schiaffeggia ogni volta che qualche vittima spunta fuori dietro l’angolo od oltre oceano. Non sono le distanze che importano alla fine, ma la matrice delle tragedie e la consapevolezza che potresti, anche dopo più di vent’anni, essere tu la prossima vittima. Che saresti potuto essere tu uno di loro.
Non si dovrebbe mai smettere di lottare, per chi hai accanto e per chi ha bisogno del tuo aiuto. Ma è forte l’odio, e a volte mi sento stanco anche io. A luci spente, mentre il resto attorno dorme, quando l’astio odierno sembra più feroce di quello di ieri e dire che tu sino a oggi sei sopravvissuto non può esserti del tutto di conforto.
Lottare, crederci. Ma a volte ci si paralizza dinanzi a certi drammi e ti senti stanco. Solo e stanco e con tutto quel che hai fatto da riprendere, ripetere e ricominciare.

 
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Pubblicato da su 15 giugno 2016 in Blog, Vita

 

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La favola dei nostri giorni

C’erano una volta le unioni civili. Ne parliamo e le chiediamo da trent’anni. E poi c’era una volta un partito di Governo che si chiama ancora PD, che per iniziativa di alcuni suoi componenti ha proposto una legge, contenente il minimo sindacale ma comunque una legge. Ma questo partito, rendendosi conto di non avere i numeri, pur di non curarsi il suo mal di pancia interno e pur di non vedersi messo alla berlina dall’intera Europa, ha iniziato a strizzare gli occhi intorno, in cerca di alleati. C’erano una volta, in un tempo non molto lontano, anche i detrattori della legge, dalla Lega a NCD per passare a Fratelli d’Italia e PDL, che a gran voce hanno protestato sull’iniquità della legge Cirinnà perché gli omosessuali non meritano diritti. E per farlo hanno sparso talmente tante frottole in collaborazione con Adinolfi, Miriano e company che il mal di pancia è venuto un po’ a tutti. E quindi c’era una volta l’epidemia.
E poi c’erano quelli del Movimento 5 stelle, che la legge la volevano anche loro, e hanno prima strizzato gli occhi, poi hanno invocato una dose di imodium col voto di coscienza e infine, quando c’è stata la possibilità di votare e portare la legge a casa in fretta, prima che l’epidemia del mal di pancia del PD mietesse altre vittime, hanno preferito rifiutare il canguro (morto in Australia) per votare democraticamente tutti gli emendamenti, a partire da quelli che prescrivono che “negli uffici di stato civile si fa sesso” (cit. Malan) o sostituire “unione civile” con una marea di altre definizioni, come “collaborazione domestica continuativa” (cit. Giovanardi).
Poi ovviamente, la bagarre: il PD, che ha mal di pancia, si tira indietro e cerca nuovi alleati, i M5S dal canto loro dicono che la Cirinnà sta affossando la sua legge e che Renzi si sarebbe preso il merito del loro sostegno (come se tutti noi fossimo fessi dal non accorgerci che solo il M5S avrebbe potuto rendere il nostro una realtà) nel frattempo, nel resto d’Italia, i bambini e le loro famiglie senza diritti assistono a questo spettacolo indecente.
Cosa succederà? Semplice, miei piccoli amici: Il PD sintetizzerà una nuova leggina (perché sennò l’Europa li massacra sul serio) con i detrattori delle unioni civili, stralciando stepchild adoption, le reversibilità, qualsiasi rito ufficiale e imponendo l’obiezione di coscienza ai medici per le prestazioni familiari dei conviventi gay al compagno malato (perché sì, qualcuno sostiene anche quello) e noi a guardare, per l’ennesima volta, i nostri diritti buttati nel cesso per giochini politici. Ah, e ovviamente Adinolfi e amici sorrideranno mentre i M5S daranno la colpa a Renzi, smarcandosi dal loro gesto di rifiuto di fare qualcosa di tempestivo per i cittadini. Renzi infine dirà in Europa col suo inglese fluente di aver fatto grandi cose anche per i cittadini omosessuali italiani.
La morale di questa favola triste è semplice: i cittadini rimarranno senza adeguate tutele, mentre in Senato continueranno a dire che si interessano a noi, recriminandosi tra loro le reciproche inadempienze, specie in campagna elettorale.
Grazie Governo, Grazie Senato, Grazie Istituzioni.
E Grazie miei piccoli amici.

E confortatevi, io ce l’ho con tutte le forze politiche, anche se sembra che sia contro i M5S. Il PD è morto da prima dei Dico, dove lo show fu pressoché uguale.
La destra, vabbeh, non lo dico. E noi nel mezzo, ad attendere un dovere verso di noi che nessuno ha le palle di approvare in via definitiva, perché è meglio litigarsela. E vado oltre, forse in uno stato più civile, dove la politica è al servizio dei cittadini e non delle squadrette per misurare chi ce l’ha più lungo (il potere… Ma che avete pensato?!)

 
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Pubblicato da su 19 febbraio 2016 in Blog, Vita

 

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Un passo solo

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Un passo, uno per volta.
Quando avevo tredici anni, preferivo rimanere da solo. Allontanavo chiunque mi potesse porgere la mano, per paura di rimanere ferito in un’ennesima tortura o violenza gratuita. Avevo etichette che non conoscevo, ma che gli altri mi vedevano bene appiccicate addosso. Volevo solo scappare, e correre addosso al futuro che mi portasse lontano da quanto provavo.
Ho dovuto compierne diciannove per incastrare i miei occhi su qualcuno che mi obbligasse a uscire allo scoperto e a ricordarmi che si vive solo questa vita, non l’ideale di qualcosa che nella realtà si sarebbe trasformato comunque in modo imperfetto. Ma vissuto davvero.
Un passo, due mani intrecciate, un altro ancora.
Quando tutto sembrava statico, mi bastava ricordare il potere di quell’incontro. Anche se abbiamo camminato di nascosto, impauriti e attenti, soprattutto alle reazioni che chi avevamo attorno poteva esternare. Abbiamo preso negli anni alcuni rifiuti, diverse separazioni ma anche tante pacche sulle spalle e abbracci. Promesse che non sarebbe cambiato nulla. Perché era questo il segreto che dovevo scoprire: le persone avrebbero continuato a giudicare senza conoscere davvero chi criticavano. Ma tutto doveva fare il suo corso.
Un altro ancora, e ancora. Un passo dopo l’altro.
A venticinque anni ho imparato a reinventare la mia famiglia, che mai avrebbe accettato e che mai avrebbe capito, ma camminando scoprii che col tempo gli affetti sono in grado di realizzare i miracoli. Come tutti i momenti in cui dovevo fare i conti coi sensi di colpa, perché vivevo in una società in cui, ancora, si pretendeva che mi scusassi per essere nato così, a rifiutare di dare un bacio in pubblico, a una festa o per strada, perché non si sapeva mai che cosa  potesse succedere o quali sarebbero state le reazioni.
Un solo passo dedicato al momento in cui ho capito che il problema non potevo essere io, ma solo chi non voleva che scambiassi un’effusione.
E di nuovo, in cammino. Uno, poi due passi, e ancora tre.
A ventotto anni ho iniziato a realizzare il progetto che sembrava sorretto solo dal sentimento. Con tutte le difficoltà della situazione, dal riuscire a essere nucleo familiare fino all’ottenere un affitto cointestato. Ogni volta ricordarsi a cambiare nome, passare da amico e collega a compagno. Correggersi e imporsi di utilizzare il giusto linguaggio, fregandosene delle reazioni.
E mi sembra di vederlo, al centro, mentre continuo a camminare, un passo e uno ancora. Manca poco, sul serio.
E a trent’anni iniziavo a chiedermi quando sarebbe venuto il momento in cui avrei avuto il diritto di celebrare quello che siamo. Anche se non corrisponde a un diritto a sé stante, ma significa rispondere ai bisogni di un’esistenza, fatta di eventi tragici, di assistenze ospedaliere, di mutui intestati e di figli, se mai sarebbe scesa dal cielo una benedizione del genere.
Un passo, spedito. Un altro passo.
E a trentacinque sembra quasi di poterlo afferrare quell’attimo, il sì. A dispetto di chi vuole impedirlo, perché non sa, non conosce e vuole solo odiare. Ma andando avanti ho imparato che importa quello che sentiamo dentro e che si tratta della risposta migliore, contro ogni pregiudizio. Perché una cosa è certa, io quel sì lo dirò. Lui quel sì lo dirà a me.
Sto camminando per questo, mi sto fermando qui, oggi, posso immaginarlo chiaramente quando succederà. Gli applausi, le pratiche, le canzoni cantate a squarciagola, la felicità di una mano che stringerà la mia, come la prima volta e tutte le altre a venire.
Un passo solo, ritmato. Uno solo per arrivare.
E  a quasi trentasei, lo rivendico. Non è solo un diritto, anche se c’è chi preferisce tralasciare la questione emotiva. Per me si tratta di amore prima di tutto. E in quanto tale meritevole di potersi affermare, perché non abbiamo fatto nulla di male e non è più tempo per chiedere scusa di quello che siamo.
Mi fermerò, lo so. In equilibrio sul passo. Intrecceremo le dita, e diremo che sì, va bene. Che siamo una famiglia e che meritiamo di esserlo.
E quel giorno mi volterò indietro, verso le cose perse, il cammino fatto, a testimoniare che va bene così e che nessuno ha il diritto di dire il contrario. A sperare che domani nessuno si debba scusare di essere com’è. Ad annuire a un me tredicenne e sorridergli, senza indugiare. Che è un suo diritto essere, innamorarsi e costruire una vita insieme. Che alla fine ce l’ha fatta anche lui a vivere quel giorno.
Un passo e basta. Il cammino cerimoniale che si ferma.
Solo per dire che io amo lui e che lui ama me. Sempre.

 
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Pubblicato da su 5 febbraio 2016 in Blog, Letteratura, Vita

 

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Avevo comprato un regalo[PensieriVolanti] #33

Avevo comprato un regalo, ma è rimasto qui con me. Erano dei fiori, ora galleggiano proprio come faccio io, sui pensieri di una notte a mani vuote. Ancora una notte e poi ricordo i momenti in cui il cuore era andato fuoco, per te, per ciò che sapevamo essere. E te lo dicevo, sì, ho il cuore in fiamme. È in fiamme ripetevo, per te.
Avevo comprato un regalo, ma è rimasto con me. Fluttua, come me, dopo che ripenso agli strappi che non si salderanno più. Agli ormeggi che ho mollato per scappare, col silenzio dei miei anni, dal porto. Erano solo dei fiori che annegano, come me, come noi. Bruciano, come il cuore che si è spento, lì, dinanzi al mare nostro.
Avevo comprato un regalo. Non è più con me.
Erano dei fiori, eravamo solo noi.
Non li ho più, con me.

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Pubblicato da su 21 agosto 2015 in Blog, Vita

 

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