RSS

Archivi tag: Loving Memory

Maurizio, Loving Memory

Perché alla fine ci sono anche quelle mattine in cui ti svegli e ti piomba la tristezza addosso. Quella stessa tristezza di una vita a volte carogna, a cui rimani aggrappato con tutte le tue forze e che alla fine molli perché non ce la fai, ancora.
Ecco che cosa ho pensato oggi, amico, nell’apprendere che tu sei volato via. E ciò che rimane, a parte quanto ti ha lasciato senza forte, è lo sconforto. Dell’attesa di tempi migliori, di quella felicità che meritavi e di cui avevi bisogno, come tutti. Non me lo sarei mai aspettato, ora, oggi, di scriverti queste parole. Di te mi rimarrà più di quanto pensi, lo custodirò dentro, in tutte le volte che abbiamo parlato, che in silenzio ti ho ascoltato e pensato, in cui ci siamo ritrovati.
Non sono mai stato bravo a dimostrare ciò che sento. Ma so che mi mancherai, lo giuro.
Buon viaggio amico. Buon viaggio.
Questa la dedico a te.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 1 luglio 2017 in Blog, Vita

 

Tag: , , ,

TRIANGOLI ROSA[RACCONTO]

Uscito per la prima volta nella raccolta “Concatenazioni” edita da 6pollici nel 2013, lo ripropongo oggi.
Per non dimenticare mai.

img_3594

TRIANGOLI ROSA

Paragraph 175 StGB.
Ein Mann, der mit einem anderen Mann Unzucht treibt oder sich von ihm zur Unzucht mißbrauchen läßt, wird mit Gefängnis bestraft.
Bei einem Beteiligten, der zur Zeit der Tat noch nicht einundzwanzig Jahre alt war, kann das Gericht in besonders leichten Fällen von Strafe absehen.
Articolo 175.
Un uomo che commette atti licenziosi e lascivi con un altro uomo o permette l’abuso su di sé di atti licenziosi e lascivi, deve essere punito con l’imprigionamento. Se uno dei due coinvolti ha meno di 21 anni, al momento del compimento dell’atto la Corte può, specialmente in casi particolari, inasprire la punizione.

Lo scatto del registratore mi fece sussultare, mentre lei lo posava sul tavolo.
– Quando se la sente, incominci pure – sussurrò, pronta a prendere appunti. Fissai l’orologio sulla parete dinanzi a me, quasi avesse il potere di arrestarsi e ritornare indietro per riportarmi ai miei incubi di tanti anni fa.
– Inverno 1940 – iniziai – il mio arrivo al campo di concentramento di Sachsenhausen…

Frugando nei miei ricordi, non posso negarlo, ci sei tu e i tuoi occhi di cristallo, che notai subito il giorno in cui fosti assegnato al nostro blocco.
M’invadono i pensieri anche adesso.
Eri giovane e sperduto, non so nemmeno quanto potessi essere conscio del perché fossi finito tra noi. Il tuo segno sul petto, in quella divisa a righe, diceva tutto di te e aveva ben poca importanza quanto fosse vero o meno, il tuo destino era già stato segnato, legato a doppio filo con le nostre disgrazie. I tuoi capelli erano stati rasati, ma eri bello ugualmente, tremo ancora adesso se ci ripenso.
Con te nella mia mente inizio a parlare quest’oggi.

– Cosa facevate durante la giornata? A che lavori, o attività, eravate assegnati?
Lei si sporse dalla poltrona, quasi avesse voluto venirmi incontro. Il suo registratore continuava a girare.
– Non avevamo scelta – ripresi – eravamo destinati ai lavori forzati, oppure costretti a sottoporci alle cure e agli esperimenti di alto profilo scientifico a cui i medici del Reich si dedicavano nell’intento di farci guarire dall’omosessualità. Non seppi mai con quali criteri venivamo scelti, ma nessuno guarì con i loro tentativi a base di ormoni. – Sorrisi amaro.

Imparasti fin da subito qual era la nostra routine: il risveglio, se mai Dio avesse voluto regalarci il sonno; l’appello e la colazione, se ve ne fosse stato il tempo. Poi il lavoro, estenuante tra lo scherno e il disprezzo dei nostri carcerieri. Dopo la prima settimana ci misero assieme.
A mani nude spostavamo la neve da un ciglio all’altro della strada. Ricordo che più di una volta rischiai di inciampare per essermi soffermato troppo tra le tue iridi. Cadere sarebbe stato un grave errore, loro non aspettavano altro.
– Io mi chiamo Hans – sussurrasti, tanto da poter essere sentito da me solo.
– Georg – replicai con un soffio.
– Tutto questo finirà quando ci uccideranno? – mi chiedesti al successivo trasporto. Mi morsi la lingua, la tua domanda cadde nel vuoto. I miei occhi si incastrarono nei tuoi e ciò valse più di ogni altra risposta.

– E la notte? Cosa succedeva durante le notti?
Sospirai per trovare il coraggio di proseguire, senza riuscire a non sentirmi abbrutire man mano che andavo avanti, ma avevo deciso io che era giunto il momento di rivelarlo:
– Eravamo obbligati a stare in due o in tre per cuccetta, le mani bene in vista per non toccarci. La luce era sempre accesa e ogni notte facevano le ronde per controllare. Non era permesso nemmeno parlarci, potevamo solo pregare in silenzio che il sonno scendesse su di noi.

Erano trascorsi dei mesi dal tuo arrivo, quando assistemmo all’esecuzione dei due che dormivano vicino a noi.
Fummo messi in riga mentre loro, di fronte a tutti, vennero spogliati in mezzo alla neve; era Gennaio, credo.
Sapevamo che avremmo saltato la brodaglia che chiamavano colazione quel giorno, perché fummo obbligati a guardare quello spettacolo orrendo, ad ascoltare quelle urla atroci.
Sperai con tutto il cuore che le guardie non notassero le nostre lacrime: avremmo rischiato di essere puniti anche noi.
Erano stati scoperti a toccarsi la notte precedente; le avvisaglie di questo loro amore, noi le avevamo notate da tempo e ne avevamo paura, era impossibile sfuggirgli, sapevamo che sarebbe accaduto.
Li violentarono con le spranghe prima di sparare e dopo li lasciarono lì, sanguinanti e mezzo sventrati, sulla neve che divenne rossa tutt’intorno. Le guardie ridevano, ci minacciavano dicendo:
– I prossimi potreste essere voi.
Quella notte notai che tremavi perché eravamo finiti nella stessa cuccetta da un mese, il ricambio tra nuovi arrivi e decessi era costante. La tua figura si era fatta ben più esile rispetto alla tua discesa nel nostro inferno.
Era appena passata la ronda, i tuoi occhi grandi mi fissavano irrequieti, sapevo che ancora nelle tue orecchie rimbombavano le urla di dolore dei nostri compagni.
“Avrei voluto poterti abbracciare pur di confortarti e cancellare dalla tua mente quell’orrore, ci sarebbe voluto poco, le nostre mani erano distanti qualche centimetro soltanto.
Poi accadde: d’improvviso il tuo viso si arenò sul mio e, per un lungo minuto ci baciammo.
Non so se fosse per paura o per chissà quale altra misteriosa forza che voleva esorcizzare l’orrore che era diventata la nostra vita. Per fortuna nessuno se ne accorse, dopo pochissimo i tuoi occhi tornarono a fissare il fondo della branda sopra di noi. Non me lo sono mai scordato quel gesto, perché ti fece smettere di tremare e io mi sentii per la prima volta un essere umano.

– Avevate rapporti, di qualunque genere, con gli altri reclusi del campo? Collaboravate? Vi incontravate?
– Eravamo considerati da tutti il gradino più basso, anche dagli altri prigionieri. D’altronde noi triangoli rosa, eravamo quelli contro natura che per il solo fatto di esistere commettevano un delitto agli occhi di chiunque. Qualsiasi tipo di contatto con noi avrebbe sicuramente provocato il sospetto di essere omosessuali e generato ritorsioni crudeli se non mortali. Nessuno, dagli ebrei, agli zingari, ai testimoni di Geova, avrebbe dovuto fare grandi sforzi per disprezzarci.
Mi fermai un secondo prima di proseguire, per tirare il fiato, bere un sorso d’acqua e poi finii:
– il triangolo rosa era il nostro marchio dalla doppia sventura. Se fosse capitato a qualcuno di ucciderci, nessuno sarebbe stato punito, come invece sarebbe successo tra gli altri internati.
– Mi sta dicendo che la sua vita aveva un valore diverso?
– Non aveva più nemmeno il suo nome.

Altro tempo trascorse mentre il nostro amore, nonostante la fame e il dolore quotidiano, cresceva.
Ci furono diverse esecuzioni e altri nuovi sventurati ci raggiunsero. Io ti amavo, nonostante ormai di noi fosse rimasto solo il fantasma di quel che eravamo un tempo, nella vita passata che non c’era più. Ci avevano adibiti al trasporto dei cadaveri destinati ai crematori.
La tua tosse peggiorava di giorno in giorno, io pregavo che nessuno si accorgesse del tuo malessere e lo riferisse: si diceva che chi si fosse ammalato sarebbe passato per il camino.
Mi ricordo bene quando avesti la tua crisi: stavamo trasportando l’ennesimo corpo sconosciuto, in parte putrescente. Tu ti fermasti senza motivo, guardandomi e basta, io cercavo di strattonare il peso per farti riprendere a camminare prima che il Kapo e le guardie ci punissero con la frusta per la pausa non concessa.
Il tuo viso era scavato e terreo, imperlato di sudore.
– Ti amo, Georg – dicesti mentre mi fissavi senza muoverti.
Rimasi impietrito mentre tutto avveniva molto in fretta. Fosti scosso da una tosse violenta che sparse sangue dinanzi ai tuoi piedi senza che tu riuscissi a placarti.
Ti vidi cadere in ginocchio, cercai di sorreggerti, piangevo. Arrivarono subito, strappandoti dalle mie braccia, con forza cercai di aggrapparmi alla tua casacca logora ma mi rimase in mano solo un pezzo del tuo triangolo rosa.
Fui allontanato a calci e spintoni mentre ti trascinavano via.

– C’è mai più tornato a Sachsenhausen?
Erano passate due ore dall’inizio dell’intervista e sapevo che ormai ci stavamo approssimando alla conclusione. Involontariamente, una lacrima mi scese tra le gote, mentre la mano mi si posizionò all’altezza del mio vecchio cuore malandato.
No – mentii – non ne ho mai avuto il coraggio.

Ricordo bene che lo feci qualche anno fa, quando ancora le mie gambe funzionavano nonostante tutto.
Rividi quei binari maledetti, là, dove i miei occhi o soltanto il mio animo attendevano di incrociare di nuovo il tuo sguardo.
Osservai tutto quanto, durante la visita guidata, riconoscendo che nei miei ricordi non era presente la dimensione immane di cosa fosse stata quella tragedia.
Sachsenhausen era vuoto, eppure io, nella nebbia dei miei ricordi, non avevo mai pensato alla sua grandezza. Vidi anche la nostra baracca, ma non ebbi il coraggio di entrarvi per vedere cosa potesse esserci rimasto dentro, di me, di noi. La guida spiegò per filo e per segno tutto, ma non disse una parola sui triangoli rosa. Ancora oggi, pensai, siamo destinati a morire nell’oblio.
Mentre il resto della comitiva, silenziosamente, si recava verso l’ingresso per allentare la tensione generata dal luogo e dai racconti, mi avviai a compiere quello per cui ero venuto.
Conoscevo la strada, anche dopo tutti quegli anni in cui con tutte le forze avevo cercato di cancellarla. Mi fermai vicino ai binari, poco distante c’era la rampa dove ogni cosa, per entrambi, aveva avuto inizio.
Tirai fuori il mio logoro pezzo di stoffa, ormai sbiadito, che avevo conservato come una reliquia per tantissimo tempo. Era il mio triangolo, quello che avevo cucito sul petto della mia divisa.
Lo adagiai lì, vicino alle rotaie, ponendoci sopra un sasso. Era così che doveva essere fatto.
Indica un pezzo del mio cuore, un pezzo della mia vita, rappresenta quell’uomo col pigiama a righe, consunto e sporco, il cui spirito ha atteso giorno dopo giorno, anno dopo anno, il tuo ritorno.
Ricordo che piansi soltanto più tardi, ma provai anche sollievo, perché finalmente dentro di me parte di quell’incubo era stato ripagato.

L’intervistatrice si avviò verso la porta, ringraziandomi tanto per la gentilezza. Il registratore scomparve nella sua borsetta.
Dopo che fu andata via, la mia mano tornò vicino al cuore, estrassi dal taschino lo scampolo rosa sbiadito che apparteneva alla tua divisa.
Me lo misi sul naso, come facevo di tanto in tanto, cercando di non piangere più. Se chiudevo gli occhi riuscivo ancora a captare una qualche sfumatura del tuo odore, che non ho mai più ritrovato, perché la vita con le sue tragedie mi ha impedito di riassaporarlo dopo l’unico bacio che io e te ci eravamo scambiati.
Nel mio animo sentivo dentro l’unico rimpianto che mi restava e che mi assillò per tutto il tempo successivo.
– Ti amo, Hans – sussurrai.
Glielo avrei voluto dire prima che lui morisse, prima che me lo strappassero dalle braccia.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 27 gennaio 2017 in Blog, Letteratura, Vita

 

Tag: , , , , , , ,

Diario di viaggio #9

img_3498Sveglia alla solita ora, inusuale se pensiamo a sabato, per il consueto safari mattutino, ma vissuto col mio personale magone perché di lì a poche ore avrei dovuto abbandonare quel luogo magico per proseguire il mio viaggio in questa terra davvero speciale.
Di sicuro, per la quarta escursione, la parte davvero più bella è stato l’incontro a debita distanza con l’intero branco degli elefanti alla pozza: li abbiamo osservati abbeverarsi, sciacquarsi e spruzzarsi il fango addosso, in religioso silenzio, a parte qualche barrito di protesta. Il branco si muoveva come in una danza precisa, con la supervisione del capo branco. Un’esperienza splendida, che però non ha lenito la mia tristezza.

img_3487Abbiamo salutato gli uomini e le donne che rendono possibile e soprattutto fruibile un oasi del genere e credo che me li porterò dentro per tanto tempo.

6241678800_img_1661

6241678800_img_1657Lo strappo l’ho avvertito proprio mentre il cancello si è richiuso alle nostre spalle e siamo ripartiti per un estenuante viaggio di 5 ore per arrivare in tempo all’aeroporto di Johannesburg. Non so se riuscirò a spiegarmi: è stata proprio una separazione forte, intensa, dolorosa. Abbandonavo qualcosa che mi ha fatto stare bene e non volevo.

img_3486Nella nostra traversata ci siamo imbattuti in diversi villaggi e cittadine. Da cui ho desunto una mia idea di un Sudafrica che ancora non ha chiaro il suo destino: vedi nelle periferie molta povertà (proveniente anche da un intenso fenomeno migratorio da altri stati). Un popolo con le sue tradizioni che si è liberato dell’apartheid, ma dove ancora diffidenza e conflitti sono presenti. (E forse anche un pizzico di razzismo all’inverso).

Ho sentito la necEssità di rinchiudermi in me stesso per un po’, forse per elaborare quell’addio, ma anche per pensare a tutto questo. A un popolo che non si risparmia per lavorare ed emanciparsi su un modello comunque occidentale, ma che detiene ancora quel senso d abbandono che fa male vedere.

Giunti a destinazione, abbiamo salutato il mitico Mario, la guida che di ha accompagnati in questa avventura e che, sono certo, faticheremo a dimenticare.

Poi, di botto, una volta atterrati, abbiamo scoperto i colori di Capetown, anche se eravamo stanchi morti. Ma di quello, scusatemi, vi parlerò domani… adesso sto proprio crollando.

La canzone non poteva che essere questa https://youtu.be/4pBo-GL9SRg

Scritto da Fra il 15.01.16 h. 01;06

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 15 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

Tag: , , , , , ,

Cose mie #19

45001_10201550136786475_427540825_n
Perché non posso fare a meno di chiedermelo, al tempo che passa e che a volte non è mai abbastanza.
A tutti domani che invochiamo, rinviando quello che oggi, per poca voglia o anche solo per stanchezza, non riusciamo a scrivere e a cogliere nel segno.
Non mi chiedo dell’impegno no, ma solo del tempo che ci rimane. Di tutte le storie che vorremmo magari scrivere e che, forse, non riusciremo a farlo perché la vita ti abbandona nel frattempo.
Non lo conoscevo bene, ma è venuto a mancare pure lui, scriveva. E io me lo sono chiesto, per l’ennesima volta. Chissà se anche lui sperava qualcosa di più per le parole che aveva pubblicato, fino all’anno passato. Se in qualche modo si aspettasse che rimanessero o se invece sarebbero scomparse nell’oblio delle cose editoriali che ben conosciamo.
E non ho fatto altro che pensarci, ancora oggi. Che cosa resta dei sogni che mettiamo su carta? Che rimane del sudore e della gioia, del dolore e della fatica delle parole che raccordiamo in frasi, per costruirci un romanzo?
Che cosa succede a tutte le storie che non possiamo scrivere, perché si fa sempre drammaticamente tardi e domani potremmo non esserci e non fare più in tempo?
Delle mie, o delle tue, quale potrà essere l’orma di ciò che lasciamo alle spalle quando arriverà il mio, piuttosto che il tuo, di momento?
Non ho risposte, non oggi.
Solo domande, effimere, che si spegneranno presto tra i lucori della notte.

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 2 agosto 2016 in Blog, Vita

 

Tag: , , ,

La storia di Walter ed Emanuel

Siamo nel 2015 e ci troviamo in Italia, e ancora purtroppo ci imbattiamo in storie del genere. Un servizio delle Iene andato in onda pochi giorni fa che ci racconta la storia toccante di due uomini che convivono, si amano e a cui la vita stessa ha messo i bastoni tra le ruote, con tutta la cattiveria possibile. Loro sono solo Emanuel e Walter, una coppia che dura da 13 anni e il cui amore, tra le mura di quella stanzetta di ospedale, sfonda ogni confine. Sul serio, non me la sento di commentarla oltre, ma di mettere direttamente il link, perché la loro storia va sentita. IL SERVIZIO SU WALTER ED EMANUEL

Non ci sono parole, questo è l’unico pensiero che stamattina riesco a scrivere dopo questa visione. Ed è un po’strano, dato che anni fa iniziai questo percorso nel mondo editoriale proprio dando voce a una storia del genere, a un desiderio e basta, quello di dire che l’amore è amore. E che in quanto tale non esiste un sentimento inferiore a un altro. Non ci sono parole, solo lacrime e rabbia. E dopo tutti questi anni non posso che ricordare tutte le volte che anche io, nel mio piccolo, mi sono imbattuto in muri di gomma, persone aride e cialtrone, in giudizi gratuiti espressi solo per disconoscere la dignità di storie del genere. Ecco, la mia idea, oggi, è quella di dedicare questo video e il suo impatto a tutti quelli che, ancora oggi nel 2015, come anche anni addietro, ridacchiano se si parla di amore tra uomini o tra persone dello stesso sesso. Se magari giudicano patetiche storie e romanzi di questo tipo, solo per poter emergere loro con la loro cialtroneria.  Se magari si chiedono, in modo subdolo, che significhi “vincolo affettivo” e se allora ammettendo un riconoscimento delle coppie omosessuali in nome dell’affetto, un domani non si possa sposare un cane, o un gatto.

Questa storia, temo, è l’unica risposta possibile, lo schiaffo a tutti quelli che spesso farebbero meglio a tacere, sia con la voce, che nel web, e che dovrebbero solo vergognarsi.

Chiudo, con le parole di quella lettera accorata. “Vorrei far capire che amore è amore, assistenza è assistenza, diritto è diritto e una lacrima è una lacrima”.

 
1 Commento

Pubblicato da su 21 febbraio 2015 in Vita

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Grazie Alan Turing

“Sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”

Sarà che ho visto il film al cinema, qualche giorno fa, e mi ha commosso. Non fraintendetemi, Turing era un genio, ha salvato con la sua idea milioni di persone durante l’ultimo conflitto mondiale. Se oggi usiamo i computer, lo dobbiamo a lui. Eppure ha sofferto, non solo perché in giovinezza è stato additato dalla altrui cattiveria come diverso ma soprattutto perché pur avendo salvato il mondo, Alan Turing ha fatto una misera fine, suicida, per essere stato condannato del reato di omosessualità e aver iniziato a scontare la sua pena, privandolo della sua dignità di eroe.

Oggi le cose sono diverse, per quanto ancora possa dire che in Italia ci sia bisogno di una strenua lotta, continua, senza riserve. Io ringrazio solo Alan Turing per avermi ricordato che l’eroismo a volte non riconosce meriti, e che è importante lottare per i diritti e l’equità delle persone, proprio perché un domani un eroe come lui non subisca più ritorsioni per quello che è. E che essere omosessuali, neri, ebrei, biondi, mancini… essere insomma differenti, è una ricchezza. Niente più di questo.

Ecco perché dico Grazie ad Alan Turing.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 8 gennaio 2015 in Vita

 

Tag: , , , , , , , , , , , , ,

La storia di Erik[RACCONTO]

Racconto che scrissi qualche tempo fa per un concorso in rete e attualmente pubblicato nell’antologia “Minuti Contati” edita da NeroPress Edizioni. Testo dedicato all’Omocausto che ho pensato di postare oggi, giornata della memoria.

Per Non Dimenticare. Mai.

LA STORIA DI ERIK

È qui che è stato portato.
Vedo quella scritta che fa venire i brividi.
Dice: “Arbeit macht frei”.

L’avevo conosciuto in una sala da ballo. Pensavamo di avere tutta una vita davanti. Erik e io parlammo tutta la notte, per poi uscire mano nella mano. Il nostro primo bacio fu a casa sua, poco dopo.

Erik era arrivato in quel campo di lavoro a bordo dei vagoni della morte, come tutti gli altri. Nessuno di noi, scampati alla proscrizione, era a conoscenza di ciò che potesse accadere una volta entrati. Lo scoprimmo molto dopo.
Furono tanti i treni pieni di persone che giungevano ad Auschwitz per ordine del Reich. Ora vedo solo un immenso  campo vuoto. Chissà se anche lui aveva calpestato la strada ferrata che è dinanzi a me, magari attraversandola.
Ora ne rimangono solo ruggine e binari storti, consunti dal vento. Mi viene da piangere, guardandone la direzione, che si perde all’orizzonte. Da questa prospettiva avrebbe potuto significare la fuga, una liberazione per lui.

Avevo capito di amarlo sul serio proprio nel momento in cui me lo avrebbero portato via. Non mi feci vedere al suo processo, temevo di finire anche io in quelle liste maledette.
Nel suo petto c’era cucito il triangolo rosa, il distintivo per quelli come noi: gli Schwules. Lui in questo posto iniziava il percorso segnato dal simbolo dell’abominio, della vergogna agli occhi di tutti.
Non si seppe più nulla di Erik.
Non andai alla stazione il giorno della sua partenza, pur di continuare a sopravvivere col rimorso per essere vivo.

Il mio posto sarebbe dovuto essere lì, con lui. Dopo Erik ho smesso di amare per paura che certi incubi potessero tornare a prendere me.
Ora sono fermo, a guardare l’ingresso e i binari.
“Sei qui?” sussurro.

 

 
2 commenti

Pubblicato da su 27 gennaio 2014 in Blog, Vita

 

Tag: , , , , ,