RSS

Archivi tag: LGBTI

T.J.Klune – John & Jackie[RECENSIONE]

Titolo: John e Jackie
Autore: T.J.Klune
Genere: LGBT
Pagine: 112
Prezzo cartaceo: 9.00 euro
Prezzo ebook: 2,99 euro
ISBN ebook: 9788899344986
ISBN cartaceo: 978-1544909301
Traduzione: Amneris Di Cesare

TramaJohn e Jackie si incontrano da bambini. Ora, settantuno anni dopo, Jack si prepara a dare a suo marito l’ultima immensa prova d’amore. Aspettando il tramonto, durante un intero pomeriggio, John e Jackie faranno rivivere cinque momenti chiave della loro vita insieme. Dal primo bacio alla violenza di un padre alcolizzato. Dall’insidia delle tentazioni del mondo alle difficoltà della maturità. Esperienze che hanno determinato quel che sono diventati e definito la  profondità del sentimento che li unisce. Mentre il sole declina, se fin dal primo giorno John non ha voluto altri che Jackie, nel loro ultimo Jackie dovrà farsi forza, vincendo ogni egoismo e remora, per concedere a John la morte decorosa che desidera.

Recensione: John e Jackie è un binomio che affonda le sue radici nella giovinezza di due uomini che, a discapito del tempo, vivono un’intera vita insieme. Ma è il tempo proprio il problema che affligge la coppia quando l’autore inizia a parlarcene. Perché manca poco, e Jackie teme di non farcela a ripercorrere insieme all’amato tutto quello che li ha legati. E allora inizia il racconto, a ritroso sulla china della loro storia, da quando si incontrarono tanti anni prima e divennero amici, fino al primo bacio. Solo contro tutti, ma loro, nonostante tutto, hanno vissuto l’intensità di un sentimento che li ha legati sino alla vecchiaia.
Il nodo centrale della storia pertanto è il legame, che attraversa tutte le fasi, dall’innamoramento alla dipendenza consapevole, al costruire insieme qualcosa, in una girandola emotiva che attraversa gli anni, le difficoltà di un legame che non si vede riconoscere i diritti, ma ciò che si trasforma in ostacolo, per loro, si traduce ancora in forza, portandoli oltre.
John e Jackie, due uomini che si amano, una coppia che può essere d’esempio per molti se pensiamo all’amore, quello vero.
Tanti sono i contenuti che ritroviamo tra le pagine: il desiderio di scoprirsi, l’omofobia latente e le difficoltà, a volte disastrose, che un giovane gay deve affrontare col coming out in famiglia, ma anche l’incuria e l’abbandono dei genitori, la violenza gratuita e immotivata, che mai va giustificata con delle attenuanti, come nel caso del padre di John, il cui dolore cieco lo ha trasformato in un mostro. E ancora ci interfacciamo con la gelosia, il tradimento, il desiderio di costruirsi un futuro e di farlo insieme, il matrimonio agognato.
Tutto il quadro composito acquisisce tridimensionalità di fronte alla storia, che alterna motivi di gioia al dolore intenso di una perdita dolorosa e infame, per il quale, per quanto ci si possa sentire preparati, non lo si è mai.
Ma nonostante l’esito, che non vi svelo, questo libro ha di sicuro il pregio di insegnare al lettore una lezione importante: il sentimento rimane e va oltre gli eventi, regala una speranza importante. Proprio quella a cui, forse, tutti ambiamo, quando amiamo sul serio qualcuno: il potere di non separarcene mai, di tenere vivo e vegeto il legame che ci mantiene con le dita intrecciate a chi amiamo per tutta la vita, o meglio, oltre la vita.
Per questo consiglio vivamente la sua lettura: un’esperienza intensa e delicata, scritta con gusto e in modo scorrevole ma nel contempo poetico, che non risparmia sangue ma lo propone in modo intenso dal profilo emotivo. Una storia che, nel profondo, credo che vorremmo vivere tutti noi fino in fondo.

 
1 Commento

Pubblicato da su 23 maggio 2017 in Letteratura, Recensioni

 

Tag: , , , , , ,

Fiaccolata contro l’omofobia 2017

IMG_4182Sempre emozioni diverse sono quelle che mi vengono in mente se ripenso all’evento di ieri sera. Abbiamo attraversato con bandiere, cartelli e fiaccole il centro di Cagliari, in mezzo alla gente, e mi sono soffermato, tra le tante cose, ancora una volta al concetto di eroismo.

E’ più che mai vero, c’è ancora tanto da fare in Italia per rispedire indietro l’odio verso chi ama in un modo che vogliono farci credere diverso. E’ vero anche che proprio in questo ultimo anno abbiamo conquistato dei risultati importanti, che non bastano, ma che dobbiamo considerare come l’inizio. E poi non posso negare quello che accade intorno, in altri paesi del mondo dove l’odio e la violenza diventano (o meglio, permangono) persino legge dello stato.

Ed è per questo che penso all’eroismo. Ci vuole eroismo per dire basta, e sfilare a viso aperto. A volte è eroismo anche scappare e cercare rifugio per non rinunciare a essere se stessi, come ci hanno detto ieri i ragazzi migranti dell’Africa condividendo in un momento di raccoglimento e condivisione le loro esperienze personali. Io penso che sia eroico anche accettarsi e non rinunciare. Avere tutti contro e insegnare, con la propria visibilità, che essere gay non è né sbagliato né una malattia. Ma è essere se stessi al pari di tutto il resto.

IMG_4201Perché, vedete, quando chi abbiamo intorno ci rimprovera o ci odia per quello che siamo, non dobbiamo essere per forza noi a sbagliarci, meno che mai se quanto sentiamo non è dettato da scelte o voglie, ma ci appartiene dentro. Alla fine, della visibilità, sono gli altri che si vergognano: se scrivi e ti esponi, se manifesti, se finisci in televisione in uno dei momenti più belli della tua vita (e questo può, in primo luogo, aiutare chi ancora fatica ad accettarsi e ha paura di quel che è perché famiglia o amici ti insegnano che sei sbagliato)… non sei tu l’errore. Ma l’errore e la vergogna appartengono a chi te lo fa pesare. Per questo parlo di eroismo. Ci vuole coraggio a essere se stessi e ad andare avanti nonostante l’odio. E insieme, gli ostacoli, diventano sempre più piccoli.

Il mio augurio di quest’anno, affidato alla fiamma flebile delle fiaccole che hanno rischiarato l’imbrunire della città, è proprio questo. Coraggio ed eroismo. Rimandare indietro la vergogna a chi la prova, senza che diventi nostra. Da questo parte la felicità di essere, l’orgoglio.

La vita che non è – e mai lo deve diventare – un errore per odio, timore o imbarazzo altrui.

IMG_4200

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 21 maggio 2017 in Blog, Vita

 

Tag: , , , , , , , ,

Concorso Oltre l’Arcobaleno. Gli esiti[SEGNALAZIONE]

Con estremo piacere, diffondo:

16711515_610981769101800_3920989678955461676_n

 

Il Premio Letterario Oltre L’arcobaleno, in collaborazione con Amarganta e LGBT Film Festival de L’Aquila, nasce con l’intento di arricchire l’offerta culturale proposta dall’associazione culturale Amarganta a partire dal settembre 2013, attraverso racconti dedicati al tema attuale dell’omosessualità e alla lotta per l’equità nei diritti di cittadinanza.

Lo scopo dell’iniziativa è promuovere mediante la lettura e la cultura una società fondata sui diritti civili e sul rispetto delle multiculturalità senza discriminazioni basate sugli orientamenti sessuali.

Sono stati selezionati i vincitori e finalisti del concorso Oltre l’arcobaleno edizione 2017:
Lily Carpenetti: Tutto sulle mie spalle
Manuela Chiarottino: Lettera a un padre
Giorgio Ghibaudo: Sotto le dita.
Menzioni d’onore:
Eva Serena Pavan: La mia mela
F.N.Fiorescato: Rainbow cake
Autumn Saper: Troy e Jake

I racconti faranno parte della raccolta Oltre l’arcobaleno – volume 2,
in pubblicazione nel maggio 2017, il cui ricavato (sia da parte degli autori, che dell’editore) verrà interamente devoluto a un’associazione (scelta dall’associazione Amarganta) che si impegna nella lotta in favore dei diritti civili.
La premiazione: sabato 25 febbraio 2017 durante la giornata finale della manifestazione LGBT Film Festival de L’Aquila presso l’Auditorium Renzo Piano, Viale delle Medaglie d’oro, 67100 L’Aquila Reale

Ancora un grazie a tutti coloro che hanno partecipato e tanti complimenti ai vincitori e alle menzioni d’onore. Sono orgoglioso di aver fatto parte di tutto questo.

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 15 febbraio 2017 in Blog, Letteratura

 

Tag: , , , , , ,

Croce del Sud[PensieriVolanti] #35

La chiamano Croce del Sud perché assomiglia una croce e aiuta i naviganti a raggiungere il sul polare. Brilla nel cielo, sfavillante, basta seguirne gli incroci tra le stelle per trovare la propria direzione, e la vediamo solo nell’emisfero australe.
La notte diventa magica in sua compagnia, sul serio. Ti sospinge lontano con una brezza di speranza sul mare dei sogni, e ti fa sembrare ogni cosa possibile. Devo molto alla Croce del Sud, solo per il privilegio di averla potuta vedere.
E con essa mi ricordo che non importa quanto tempo, nemmeno lo spazio che ti è concesso percorrere. Ciò che conta è avere una direzione dentro, nel cuore e nella mente. E portarla avanti, senza mai dimenticare chi siamo e soprattutto senza mai vergognarsi per cosa siamo.
Il segreto è tutto qui.
Una direzione da seguire, che se è quella giusta, porta nella via del bene. Aiuta a essere realmente felici.
IMG_2491.JPG

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 28 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

Tag: , , , , ,

TRIANGOLI ROSA[RACCONTO]

Uscito per la prima volta nella raccolta “Concatenazioni” edita da 6pollici nel 2013, lo ripropongo oggi.
Per non dimenticare mai.

img_3594

TRIANGOLI ROSA

Paragraph 175 StGB.
Ein Mann, der mit einem anderen Mann Unzucht treibt oder sich von ihm zur Unzucht mißbrauchen läßt, wird mit Gefängnis bestraft.
Bei einem Beteiligten, der zur Zeit der Tat noch nicht einundzwanzig Jahre alt war, kann das Gericht in besonders leichten Fällen von Strafe absehen.
Articolo 175.
Un uomo che commette atti licenziosi e lascivi con un altro uomo o permette l’abuso su di sé di atti licenziosi e lascivi, deve essere punito con l’imprigionamento. Se uno dei due coinvolti ha meno di 21 anni, al momento del compimento dell’atto la Corte può, specialmente in casi particolari, inasprire la punizione.

Lo scatto del registratore mi fece sussultare, mentre lei lo posava sul tavolo.
– Quando se la sente, incominci pure – sussurrò, pronta a prendere appunti. Fissai l’orologio sulla parete dinanzi a me, quasi avesse il potere di arrestarsi e ritornare indietro per riportarmi ai miei incubi di tanti anni fa.
– Inverno 1940 – iniziai – il mio arrivo al campo di concentramento di Sachsenhausen…

Frugando nei miei ricordi, non posso negarlo, ci sei tu e i tuoi occhi di cristallo, che notai subito il giorno in cui fosti assegnato al nostro blocco.
M’invadono i pensieri anche adesso.
Eri giovane e sperduto, non so nemmeno quanto potessi essere conscio del perché fossi finito tra noi. Il tuo segno sul petto, in quella divisa a righe, diceva tutto di te e aveva ben poca importanza quanto fosse vero o meno, il tuo destino era già stato segnato, legato a doppio filo con le nostre disgrazie. I tuoi capelli erano stati rasati, ma eri bello ugualmente, tremo ancora adesso se ci ripenso.
Con te nella mia mente inizio a parlare quest’oggi.

– Cosa facevate durante la giornata? A che lavori, o attività, eravate assegnati?
Lei si sporse dalla poltrona, quasi avesse voluto venirmi incontro. Il suo registratore continuava a girare.
– Non avevamo scelta – ripresi – eravamo destinati ai lavori forzati, oppure costretti a sottoporci alle cure e agli esperimenti di alto profilo scientifico a cui i medici del Reich si dedicavano nell’intento di farci guarire dall’omosessualità. Non seppi mai con quali criteri venivamo scelti, ma nessuno guarì con i loro tentativi a base di ormoni. – Sorrisi amaro.

Imparasti fin da subito qual era la nostra routine: il risveglio, se mai Dio avesse voluto regalarci il sonno; l’appello e la colazione, se ve ne fosse stato il tempo. Poi il lavoro, estenuante tra lo scherno e il disprezzo dei nostri carcerieri. Dopo la prima settimana ci misero assieme.
A mani nude spostavamo la neve da un ciglio all’altro della strada. Ricordo che più di una volta rischiai di inciampare per essermi soffermato troppo tra le tue iridi. Cadere sarebbe stato un grave errore, loro non aspettavano altro.
– Io mi chiamo Hans – sussurrasti, tanto da poter essere sentito da me solo.
– Georg – replicai con un soffio.
– Tutto questo finirà quando ci uccideranno? – mi chiedesti al successivo trasporto. Mi morsi la lingua, la tua domanda cadde nel vuoto. I miei occhi si incastrarono nei tuoi e ciò valse più di ogni altra risposta.

– E la notte? Cosa succedeva durante le notti?
Sospirai per trovare il coraggio di proseguire, senza riuscire a non sentirmi abbrutire man mano che andavo avanti, ma avevo deciso io che era giunto il momento di rivelarlo:
– Eravamo obbligati a stare in due o in tre per cuccetta, le mani bene in vista per non toccarci. La luce era sempre accesa e ogni notte facevano le ronde per controllare. Non era permesso nemmeno parlarci, potevamo solo pregare in silenzio che il sonno scendesse su di noi.

Erano trascorsi dei mesi dal tuo arrivo, quando assistemmo all’esecuzione dei due che dormivano vicino a noi.
Fummo messi in riga mentre loro, di fronte a tutti, vennero spogliati in mezzo alla neve; era Gennaio, credo.
Sapevamo che avremmo saltato la brodaglia che chiamavano colazione quel giorno, perché fummo obbligati a guardare quello spettacolo orrendo, ad ascoltare quelle urla atroci.
Sperai con tutto il cuore che le guardie non notassero le nostre lacrime: avremmo rischiato di essere puniti anche noi.
Erano stati scoperti a toccarsi la notte precedente; le avvisaglie di questo loro amore, noi le avevamo notate da tempo e ne avevamo paura, era impossibile sfuggirgli, sapevamo che sarebbe accaduto.
Li violentarono con le spranghe prima di sparare e dopo li lasciarono lì, sanguinanti e mezzo sventrati, sulla neve che divenne rossa tutt’intorno. Le guardie ridevano, ci minacciavano dicendo:
– I prossimi potreste essere voi.
Quella notte notai che tremavi perché eravamo finiti nella stessa cuccetta da un mese, il ricambio tra nuovi arrivi e decessi era costante. La tua figura si era fatta ben più esile rispetto alla tua discesa nel nostro inferno.
Era appena passata la ronda, i tuoi occhi grandi mi fissavano irrequieti, sapevo che ancora nelle tue orecchie rimbombavano le urla di dolore dei nostri compagni.
“Avrei voluto poterti abbracciare pur di confortarti e cancellare dalla tua mente quell’orrore, ci sarebbe voluto poco, le nostre mani erano distanti qualche centimetro soltanto.
Poi accadde: d’improvviso il tuo viso si arenò sul mio e, per un lungo minuto ci baciammo.
Non so se fosse per paura o per chissà quale altra misteriosa forza che voleva esorcizzare l’orrore che era diventata la nostra vita. Per fortuna nessuno se ne accorse, dopo pochissimo i tuoi occhi tornarono a fissare il fondo della branda sopra di noi. Non me lo sono mai scordato quel gesto, perché ti fece smettere di tremare e io mi sentii per la prima volta un essere umano.

– Avevate rapporti, di qualunque genere, con gli altri reclusi del campo? Collaboravate? Vi incontravate?
– Eravamo considerati da tutti il gradino più basso, anche dagli altri prigionieri. D’altronde noi triangoli rosa, eravamo quelli contro natura che per il solo fatto di esistere commettevano un delitto agli occhi di chiunque. Qualsiasi tipo di contatto con noi avrebbe sicuramente provocato il sospetto di essere omosessuali e generato ritorsioni crudeli se non mortali. Nessuno, dagli ebrei, agli zingari, ai testimoni di Geova, avrebbe dovuto fare grandi sforzi per disprezzarci.
Mi fermai un secondo prima di proseguire, per tirare il fiato, bere un sorso d’acqua e poi finii:
– il triangolo rosa era il nostro marchio dalla doppia sventura. Se fosse capitato a qualcuno di ucciderci, nessuno sarebbe stato punito, come invece sarebbe successo tra gli altri internati.
– Mi sta dicendo che la sua vita aveva un valore diverso?
– Non aveva più nemmeno il suo nome.

Altro tempo trascorse mentre il nostro amore, nonostante la fame e il dolore quotidiano, cresceva.
Ci furono diverse esecuzioni e altri nuovi sventurati ci raggiunsero. Io ti amavo, nonostante ormai di noi fosse rimasto solo il fantasma di quel che eravamo un tempo, nella vita passata che non c’era più. Ci avevano adibiti al trasporto dei cadaveri destinati ai crematori.
La tua tosse peggiorava di giorno in giorno, io pregavo che nessuno si accorgesse del tuo malessere e lo riferisse: si diceva che chi si fosse ammalato sarebbe passato per il camino.
Mi ricordo bene quando avesti la tua crisi: stavamo trasportando l’ennesimo corpo sconosciuto, in parte putrescente. Tu ti fermasti senza motivo, guardandomi e basta, io cercavo di strattonare il peso per farti riprendere a camminare prima che il Kapo e le guardie ci punissero con la frusta per la pausa non concessa.
Il tuo viso era scavato e terreo, imperlato di sudore.
– Ti amo, Georg – dicesti mentre mi fissavi senza muoverti.
Rimasi impietrito mentre tutto avveniva molto in fretta. Fosti scosso da una tosse violenta che sparse sangue dinanzi ai tuoi piedi senza che tu riuscissi a placarti.
Ti vidi cadere in ginocchio, cercai di sorreggerti, piangevo. Arrivarono subito, strappandoti dalle mie braccia, con forza cercai di aggrapparmi alla tua casacca logora ma mi rimase in mano solo un pezzo del tuo triangolo rosa.
Fui allontanato a calci e spintoni mentre ti trascinavano via.

– C’è mai più tornato a Sachsenhausen?
Erano passate due ore dall’inizio dell’intervista e sapevo che ormai ci stavamo approssimando alla conclusione. Involontariamente, una lacrima mi scese tra le gote, mentre la mano mi si posizionò all’altezza del mio vecchio cuore malandato.
No – mentii – non ne ho mai avuto il coraggio.

Ricordo bene che lo feci qualche anno fa, quando ancora le mie gambe funzionavano nonostante tutto.
Rividi quei binari maledetti, là, dove i miei occhi o soltanto il mio animo attendevano di incrociare di nuovo il tuo sguardo.
Osservai tutto quanto, durante la visita guidata, riconoscendo che nei miei ricordi non era presente la dimensione immane di cosa fosse stata quella tragedia.
Sachsenhausen era vuoto, eppure io, nella nebbia dei miei ricordi, non avevo mai pensato alla sua grandezza. Vidi anche la nostra baracca, ma non ebbi il coraggio di entrarvi per vedere cosa potesse esserci rimasto dentro, di me, di noi. La guida spiegò per filo e per segno tutto, ma non disse una parola sui triangoli rosa. Ancora oggi, pensai, siamo destinati a morire nell’oblio.
Mentre il resto della comitiva, silenziosamente, si recava verso l’ingresso per allentare la tensione generata dal luogo e dai racconti, mi avviai a compiere quello per cui ero venuto.
Conoscevo la strada, anche dopo tutti quegli anni in cui con tutte le forze avevo cercato di cancellarla. Mi fermai vicino ai binari, poco distante c’era la rampa dove ogni cosa, per entrambi, aveva avuto inizio.
Tirai fuori il mio logoro pezzo di stoffa, ormai sbiadito, che avevo conservato come una reliquia per tantissimo tempo. Era il mio triangolo, quello che avevo cucito sul petto della mia divisa.
Lo adagiai lì, vicino alle rotaie, ponendoci sopra un sasso. Era così che doveva essere fatto.
Indica un pezzo del mio cuore, un pezzo della mia vita, rappresenta quell’uomo col pigiama a righe, consunto e sporco, il cui spirito ha atteso giorno dopo giorno, anno dopo anno, il tuo ritorno.
Ricordo che piansi soltanto più tardi, ma provai anche sollievo, perché finalmente dentro di me parte di quell’incubo era stato ripagato.

L’intervistatrice si avviò verso la porta, ringraziandomi tanto per la gentilezza. Il registratore scomparve nella sua borsetta.
Dopo che fu andata via, la mia mano tornò vicino al cuore, estrassi dal taschino lo scampolo rosa sbiadito che apparteneva alla tua divisa.
Me lo misi sul naso, come facevo di tanto in tanto, cercando di non piangere più. Se chiudevo gli occhi riuscivo ancora a captare una qualche sfumatura del tuo odore, che non ho mai più ritrovato, perché la vita con le sue tragedie mi ha impedito di riassaporarlo dopo l’unico bacio che io e te ci eravamo scambiati.
Nel mio animo sentivo dentro l’unico rimpianto che mi restava e che mi assillò per tutto il tempo successivo.
– Ti amo, Hans – sussurrai.
Glielo avrei voluto dire prima che lui morisse, prima che me lo strappassero dalle braccia.

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 27 gennaio 2017 in Blog, Letteratura, Vita

 

Tag: , , , , , , ,

Diario di viaggio #11

6176666288_img_1975Proseguendo nel nostro percorso, ci siamo fermati a mangiare a Simon’s Town in un locale con la terrazza direttamente sull’oceano indiano. Nonostante la giornata uggiosa, i colori che abbiamo ammirato erano davvero spettacolari. Da lì abbiamo concluso il nostro tour a Boulder’s Beach, famosa per la presenza di una colonia permanente di pinguini. Devo dire che erano carinissimi, anche se un po’ avevo l’impressione che erano talmente abituati alla presenza umana da mettersi quasi in posa per essere fotografati.
In quel fazzoletto di sabbia i pennuti vivono la loro vita, come se nulla fosse, peggio dei vip del Grande fratello. Mi hanno emozionato non solo per la loro monogamia (anche omosessuale) nota ai più, ma perché, verso a parte, che come Annalisa ci ha fatto notare richiama il raglio degli asini, assumevano alcune pose davvero romantiche, perlomeno per mia interpretazione umana dei loro comportamenti.6176666288_img_1966
Dicevo come se nulla fosse, proprio perché davanti ai flash e ai rumori da otturatore, facevano proprio tutto, come da dimostrazione fotografica.6176666288_img_1990
Eh sì, non solo certi umani sono esibizionisti all’inverosimile.
Durante l’itinerario ho avuto modo di intervistare Annalisa sull’omofobia in Sudafrica, per scoprire una realtà di apertura sui gay quasi inaspettata, soprattutto nelle grandi città. Sapevamo che nel Sudafrica i matrimoni gay sono legge dal 2006 (e le adozioni per le coppie gay già dal 2002) e ho avuto modo di riflettere sul fatto che forse proprio l’arcobaleno di culture e la mescolanza in qualche modo abbia avuto a che fare con le opportunità per le persone LGBT di questo paese. Città del Capo pare che sia seconda solo a San Francisco per la concezione sociale e l’accettazione dell’omosessualità.6176666288_img_2046
Il nostro viaggio è proseguito poi verso la città, per l’ultima tappa del tour: i giardini di Kirstenbosch, un immenso orto botanico molto suggestivo, che racchiude nel suo terreno migliaia di specie della flora mondiale differenti. Percorso reso più difficoltoso per la concomitanza con alcuni concerti di cantanti famosi della zona 6176666288_img_2032ma nonostante qualche centinaio di metri in più confesso che alcuni scorsi, così come alcuni luoghi, erano davvero bellissimi ed emozionanti.

 

Dalla famosa vasca, al percorso alto 12 metri simile a un serpente, sino al busto di Mandela. Un’esperienza davvero unica per uno come me che non è noto per il suo pollice verde.6176666288_img_2080
Finita la prima gita, siamo tornati in hotel, dove la receptionist ci ha avvisato della sorpresa per noi dedicata alla nostra luna di miele. In camera abbiamo trovato una vasca colma di petali di rose, un’idea carinissima che come sempre ci ha ricordato cosa ci stava dietro alla nostra presenza all’altro capo del mondo (nel vero senso del termine).

 

Ci siamo quindi concessi una pausa nella piscina interna dell’hotel, con delle nuotate rigeneranti e poi siamo corsi a cenare nel ristorante.

Anche l’idea di una sana nuotata è stata un toccasana per lo spirito e per le membra abbastanza provate dalla giornata.6176666288_img_2098
6176666288_img_2112img_3534Dopo cena abbiamo cercato di fare una passeggiata nella via principale dinanzi alla nostra location, attratti dalle luminarie ancora accese per la via, a causa di una ricorrenza del luogo che procrastina l’illuminazione natalizia, ma stanotte il vento gelido e la stanchezza ci hanno fatto ritornare indietro dopo una ventina di metri.

 

Andrà meglio domani?
Buonanotte a tutti, tra queste note! https://youtu.be/S1XHMF4ft50 (Grazie ad Annalisa per il suggerimento)

Scritto da Frà il 16.01.17 alle ore 00;26

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 16 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

Tag: , , , , , , ,

Cose mie #20

Non so perché oggi mi va di scrivere questa manciata di righe, non so. Forse perché sono sfatto, dopo un’intera giornata trascorsa fuori per rincorrere un po’ tutto e far quadrare il resto, ma soprattutto per dedicarle al progetto che, io e qualcun altro, accarezziamo ormai da quasi 16 anni. E un po’ di emotività arriva, anche in questo caso. Esattamente come dovrebbe essere. Quest’anno diventa a livello personale l’anno del risultato e ancor maggiormente lo diviene il mese prossimo, che sarà targato 2017, dove tutto si compierà.

Ne abbiamo detto e scritte tante in questi mesi, e forse è vero che non c’è da essere contenti ma solo accontentati, eppure non posso fare a meno di scordare, nel momento in cui stiamo in silenzio, insieme e ci stringiamo la mano, che la scintilla scattata in modo indelebile a luglio 2001 si arricchisce ancora di un altro passaggio, per noi importante. Che potremo condividere con le persone che amiamo.

So bene, è l’ennesimo post di Cose Mie solo dire che a dispetto di come dobbiamo definirlo, noi ci si sposa a gennaio 2017. Perché era  ciò che volevamo. E in modo ufficiale, normato, reale. Tanto da non poter tornare indietro, ed è assolutamente quello che desideravamo fosse.

Perché l’amore è amore, perché forse il natale quest’anno, nonostante la stanchezza, sarà pervaso da un’emozione diversa per entrambi. Perché noi saremo noi. Ed è bello, al di là di quanto siamo anni luce da una reale equiparazione del nostro “Sì” al matrimonio che è, che è stato e che sarà, poterci pensare e sentirsi caldi dentro, al sicuro. Così come doveva essere.

Quest’inverno, me lo sento, nella nostra Cagliari brucerà l’amore con noi dentro.

15284050_10211412672183696_3786860204997340554_n

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 5 dicembre 2016 in Blog

 

Tag: , , , , , ,