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Cose mie #22

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E a un mese da quel giorno che ancora rimane stampato nella mia mente come uno dei ricordi più belli, non posso fare a meno di sfogliare le foto, e riviverne l’amore. Una fredda mattina di gennaio, in cui, dopo 16 anni, abbiamo detto di sì.
Forse è solo colpa del mio inguaribile romanticismo, ma giuro, nulla, ripeto, nulla, è riuscito a scalfire la memoria di un giorno che si realizzava. Nessuna cattiveria (anche quando è stata tentata), nessuna tristezza.
Perché è vero, oggi me ne rendo conto che poi non è cambiato così tanto: viviamo la stessa vita, abbiamo solo un anello sul dito a ricordarci che cosa è successo il 7 gennaio. Il fatto che eravamo una famiglia prima, perché dentro c’era tutto l’amore che eravamo in grado di provare, e che lo siamo rimasti anche dopo. Così come era giusto che dovesse essere. Ed è questa la differenza sostanziale. Possono definirlo nei modi più disparati, derubricarlo di alcuni obblighi, denunciarne l’innaturalezza. Ma è e rimane un Matrimonio fatto di due persone che, amandosi, realizzano una Famiglia. Un percorso che era già in essere, più veloce delle leggi che lo hanno permesso e di quelle che verranno poi, dando ampio spazio a tutto quello che manca.
E’ stato un momento d’amore e nel contempo un momento civico, per tutti. Un motivo di orgoglio per me, per tutti quelli che hanno lottato in passato e coloro che hanno bisogno ancora oggi di persone che decidano di non nascondersi e di dire che si amano. Che vengano riconosciuti come Famiglia dalla società e dallo stato.
Un momento naturale, perché è naturale amarsi.
Giudicare l’amore e vergognarsene, questo è innaturale. Potersi sposare è un atto dovuto a tutti, al mondo, al singolo, a due persone senzienti che si innamorano e si amano e insieme, solo perché si stringono la mano, diventano automaticamente qualcosa.

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L’anello che diviene il simbolo di qualcosa che non si sfalderà facilmente, fino a quando l’amore ci sarà ad avvolgerci. Per cui non c’è spazio, né interesse per l’odio, il giudizio, l’imbarazzo e nemmeno l’invidia. Noi un mese fa ci siamo solo detti di fronte all’Ufficiale dello Stato che ci amiamo e che siamo intenzionati a continuare a farlo.

 
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Pubblicato da su 8 febbraio 2017 in Blog, Vita

 

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Diario di viaggio #13

Come è possibile descrivere un addio se non così. Che poi, per tutto il tempo, non abbiano fatto altro che dirci e dire che non si trattava di addio, ma di un sperato arrivederci. Hanno ragione, lo confesso anche io, hanno ragione quando parlano di Mal d’Africa, anche adesso che sono sul volo che mi sta riportando da Dubai a Roma sfatto, dopo aver fatto la notte in volo sul Capetown- Dubai.


Perché l’Africa ti entra dentro e non ti molla mai, proponendoti ogni giorno un’emozione differente. Eh sì, siamo partiti, e prima di iniziare la telecronaca delle nostre ultime ore africane, volevo ringraziare tutti quelli che hanno reso il sogno mio e di mio marito possibile. Perché questo viaggio era la nostra lista nozze è solo grazie all’affetto dei cari è stato possibile concretizzarlo. Per ciò grazie. Come un enorme grazie va alla gentilezza di un popolo, a prescindere dal colore della pelle e alla sua terra, che mi ha emozionato tanto davvero, fino alle lacrime. Così come, forse, sapevamo sarebbe stato. Grazie a chi abbiamo incontrato, a chi ci ha fatto conoscere i luoghi, a chi ci ha dedicato un pensiero accettando la nostra come quello che era: una luna di miele a tutti gli effetti.

La mattina di ieri c’è la siamo presi con calma, nel nostro belllissimo hotel Taj CapeTown, con un’ora e oltre di massaggi rilassanti indiani. Un’esperienza a dir poco magnifica e intensa, che non penso sarà riproducibile da nessun altra parte. E ancora a pranzo per Waterfront, per fare qualche ultimo acquisto e cercare ancora il senso della pace che solo questa città ispira. Abbiamo celebrato anche i nobel per la pace africani nel loro monumento dedicato. Abbiamo celebrato soprattutto Mandela, un esempio a cui vorrei avere la forza e il coraggio di ispirarmi. Abbiamo celebrato una nazione animata, integrata, povera per certi versi. Ma dignitosa, ricca di natura come mai avremmo potuto immaginare.

E penso che queste emozioni ce le porteremo strette dentro per tutta la vita e faranno parte di noi.

Non mi dilungo oltre, perché rischio di commuovermi.

Questo viaggio lo abbiamo fortemente voluto e ce lo siamo vissuto intensamente. Insieme. Perché ci amiamo e continueremo a farlo senza paura, come solo il popolo africano poteva insegnarci.

Il diario penso sia meglio chiuderlo qui domani, o stanotte, quando finalmente arriveremo a casa, sarà un nuovo capitolo da iniziare, con entusiasmo. A quattro mani.

E in conclusione. Grazie anche a tutti voi, per averci seguito sin qui.

https://youtu.be/lbSOLBMUvIE
Scritto da Frà, il 18.01.17 alle ore 11 fusorario italiano

 
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Pubblicato da su 19 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Diario di viaggio #12

Non si può avere la dimensione reale di una città senza conoscerne la sua storia, perlomeno per sommi capi. Cape Town è una a città relativamente giovane, se pensiamo che il suo nucleo fondamentale è stato concepito all’incirca nel 1600 per consentire un appoggio ai mercati, soprattutto olandesi, della compagnia delle Indie. Per cui l’uomo bianco e il nero abitante della zona hanno iniziato a interagire proprio in quel periodo, creando sia dall’inizio una mescolanza di etnie che, in qualche modo, sono state obbligate a relazionarsi. Come difficilmente verrebbe da pensare era anche in quei luoghi diffusa la schiavitù, ma di importazione. I primi schiavi provenivano dalle cosiddette colonie indie olandesi, creando quindi una ulteriore mescolanza di etnie con la presenza di coloro che, a tutt’oggi, discendendo dagli schiavi di allora sono definiti colorati. Ma anche tra i bianchi, oltre ai famosi boeri, troviamo i discendenti inglesi , futuri colonizzatori, i vicini coloni tedeschi e i francesi scampati al massacro degli ugonotti. La guerra Angloboera ha generato poi un enorme frazionamento tra gli antichi colonizzatori e i nuovi padroni inglesi. (Basti pensare alla lingua afrikaans che insieme a quella inglese è la lingua ufficiale del paese e nasce proprio dalle mescolanze olandesi e tedesche degli idiomi). Per cui sì, posso giurare che CapeTown è davvero una città multicolore, che ha lottato per l’affermazione dei diritti civili di tutti, come ci insegna la storia con l’apartheid e che ha dato i natali a persone come Nelson Mandela, primo presidente nero del paese dopo anni di carcerazione politica a cui è sopravvissuto in nome dei suoi ideali.La nostra mattina ha avuto inizio con una passeggiata al quartiere malese, chiamato Bo kaap, dove vivevano e ancora vivono i colorati, gli ex schiavi di religione fondamentalmente musulmana. È molto caratteristico non solo per i colori vivaci, ma per gli odori tipici dell’Arabia e dell’India, che hanno il potere di entrarti dentro. Un’altra cosa che mi ha colpito è la presenza di molte chiese o moschee di fedi diverse: esiste una comunità ebraica, una musulmana ma anche diverse confessioni cristiane, dal cattolicesimo all’anglicano sino ai riformatori protestanti. E vivono gli uni accanto agli altri, senza scontri. In pace.

Cape Town nel corso del nostro tour si è rivelata una città composita: presenta un’attenzione forte alla natura (siamo andati alla Table Mountain ma a causa del vento non siamo potuti salire, così abbiamo ripiegato per qualche bello scorcio scuola schiena della testa del leone, altro luogo simbolo della città), mischiato alla conservazione del monumento e alla modernità come il bellissimo stadio costruito in occasione dei mondiali del 2010 e ai grattacieli. Dopo la visita la museo di storia naturale, per pranzo ci siamo spostati a Costancia, una rinomata cantina vinicola, nata dall’importazione della coltura del vino che poi ha avuto una crescita esponenziale. Il posto è molto bello, come dimostrano le foto, e dopo il pranzo abbiamo fatto la visita all’attiguo museo e la degustazione dei vini, tra cui il primo prodotto per intiero con innesto sudafricano. Tutto il tour è condotto in modo impeccabile della nostra super Guida Annalisa, che siamo riusciti a fotografare ma che soprattutto non finiremo mai di ringraziare.

La via del ritorno è stata ancora dedicata a fissare qualche concetto e a vedere dei luoghi tipici, con qualche suggerimento per la visita serale. Tornati in hotel, dopo aver riposato, abbiamo deciso di cenare nel Waterfront, l’animato quartiere dinanzi al porto che dà di certo una dimensione differente della città. Tanti ristoranti aperti, centri commerciali e negozi, animazione per le strade. Prima abbiamo preso la ruota panoramica, nonostante il ventaccio che ancora persisteva in città, poi abbiamo mangiato in un ristorante di tipica cucina africana e dopo, piano piano, abbiamo passeggiato per le vie del quartiere che si è rivelato sul serio molto suggestivo. Si trattava della nostra ultima notte in città e non poteva svolgersi davvero in maniera differente.

Un’ultima cosa mi è rimasta da raccontare prima di chiudere per oggi. Non ho volutamente trattato dell’apartheid e del suo significato, anche perché la conosciamo tutti solo per i libri di scuola o per i film che abbiamo avuto la fortuna di vedere sull’argomento. Io volevo solo spendere una considerazione partendo da due foto tangibili, queste:

E non posso fare a meno di chiedermi, sul serio come ci si possa ritenere migliori degli altri basandosi su dati oggettivi di appartenenza etnica, o sociale. O ancora sessuale, come nel mio caso, che la discriminazione purtroppo l’ho conosciuta bene.

Le dovute considerazioni, le lascio come sempre a voi!

Vi lascio sulle note di questa canzone https://youtu.be/KK5YGWS5H84
Scritto da Frà il 17.01.16 alle ore 00,36

 
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Pubblicato da su 18 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Diario di viaggio #11

6176666288_img_1975Proseguendo nel nostro percorso, ci siamo fermati a mangiare a Simon’s Town in un locale con la terrazza direttamente sull’oceano indiano. Nonostante la giornata uggiosa, i colori che abbiamo ammirato erano davvero spettacolari. Da lì abbiamo concluso il nostro tour a Boulder’s Beach, famosa per la presenza di una colonia permanente di pinguini. Devo dire che erano carinissimi, anche se un po’ avevo l’impressione che erano talmente abituati alla presenza umana da mettersi quasi in posa per essere fotografati.
In quel fazzoletto di sabbia i pennuti vivono la loro vita, come se nulla fosse, peggio dei vip del Grande fratello. Mi hanno emozionato non solo per la loro monogamia (anche omosessuale) nota ai più, ma perché, verso a parte, che come Annalisa ci ha fatto notare richiama il raglio degli asini, assumevano alcune pose davvero romantiche, perlomeno per mia interpretazione umana dei loro comportamenti.6176666288_img_1966
Dicevo come se nulla fosse, proprio perché davanti ai flash e ai rumori da otturatore, facevano proprio tutto, come da dimostrazione fotografica.6176666288_img_1990
Eh sì, non solo certi umani sono esibizionisti all’inverosimile.
Durante l’itinerario ho avuto modo di intervistare Annalisa sull’omofobia in Sudafrica, per scoprire una realtà di apertura sui gay quasi inaspettata, soprattutto nelle grandi città. Sapevamo che nel Sudafrica i matrimoni gay sono legge dal 2006 (e le adozioni per le coppie gay già dal 2002) e ho avuto modo di riflettere sul fatto che forse proprio l’arcobaleno di culture e la mescolanza in qualche modo abbia avuto a che fare con le opportunità per le persone LGBT di questo paese. Città del Capo pare che sia seconda solo a San Francisco per la concezione sociale e l’accettazione dell’omosessualità.6176666288_img_2046
Il nostro viaggio è proseguito poi verso la città, per l’ultima tappa del tour: i giardini di Kirstenbosch, un immenso orto botanico molto suggestivo, che racchiude nel suo terreno migliaia di specie della flora mondiale differenti. Percorso reso più difficoltoso per la concomitanza con alcuni concerti di cantanti famosi della zona 6176666288_img_2032ma nonostante qualche centinaio di metri in più confesso che alcuni scorsi, così come alcuni luoghi, erano davvero bellissimi ed emozionanti.

 

Dalla famosa vasca, al percorso alto 12 metri simile a un serpente, sino al busto di Mandela. Un’esperienza davvero unica per uno come me che non è noto per il suo pollice verde.6176666288_img_2080
Finita la prima gita, siamo tornati in hotel, dove la receptionist ci ha avvisato della sorpresa per noi dedicata alla nostra luna di miele. In camera abbiamo trovato una vasca colma di petali di rose, un’idea carinissima che come sempre ci ha ricordato cosa ci stava dietro alla nostra presenza all’altro capo del mondo (nel vero senso del termine).

 

Ci siamo quindi concessi una pausa nella piscina interna dell’hotel, con delle nuotate rigeneranti e poi siamo corsi a cenare nel ristorante.

Anche l’idea di una sana nuotata è stata un toccasana per lo spirito e per le membra abbastanza provate dalla giornata.6176666288_img_2098
6176666288_img_2112img_3534Dopo cena abbiamo cercato di fare una passeggiata nella via principale dinanzi alla nostra location, attratti dalle luminarie ancora accese per la via, a causa di una ricorrenza del luogo che procrastina l’illuminazione natalizia, ma stanotte il vento gelido e la stanchezza ci hanno fatto ritornare indietro dopo una ventina di metri.

 

Andrà meglio domani?
Buonanotte a tutti, tra queste note! https://youtu.be/S1XHMF4ft50 (Grazie ad Annalisa per il suggerimento)

Scritto da Frà il 16.01.17 alle ore 00;26

 
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Pubblicato da su 16 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Diario di viaggio #10

img_3533L’esplosione cromatica della nazione sudafricana emerge già dalla sua bandiera multicromatica, che simboleggia l’interconessione tra diverse culture, lingue, modi di vivere presenti nel territorio nazionale e, soprattutto, nella sua storia, che fonda sullo scontro e l’integrazione le sue stesse radici. Questa peculiarità la troviamo in primo luogo proprio a Città del Capo, una metropoli di 4 milioni circa di abitanti che al suo interno integra diverse etnie e che è stata al centro del movimento di ribellione e politico che ha portato alla fine dell’apartheid. La città si respira sin dal primo contatto. 6176666288_img_1708Ieri notte, quando siamo approdati, a dire il vero eravamo troppo stanchi per poterci fare caso: abbiamo abbandonato il senso dell’Africa naturale con la riserva per ritrovarci proiettati in un contesto nettamente differente, aiutato di certo da un hotel, il Taj, extra lusso e davvero bello nell’aspetto e nella cura, dal personale alla struttura. 6176666288_img_2121Alle otto e mezzo abbiamo incontrato la nostra super guida Annalisa che ci ha portato a visitare oggi, per un fitto programma, il famoso Capo di Buona Speranza, con tutte le sue caratteristiche uniche. Di sicuro, a parte aver ripassato la storia della sua scoperta (dovuta a Vasco De Gama che non riuscì mai a doppiarlo e a Diaz, altro portoghese, che finalmente imboccò la rotta giusta anche se poi i nuclei cittadini dovettero attendere altri 200 anni per nascere, grazie agli olandesi) ci siamo concentrati sulla coniugazione del concetto stesso dell’incontro.6176666288_img_1882

6176666288_img_1863Come prima fermata, dopo aver ammirato alcune belle spiagge, ci siamo fermati a Hout Bay per la visita all’isola delle otarie (ma c’era anche qualche leone marino) raggiungibile con un battello. 6176666288_img_1790Non è nulla di più di uno scoglio dove questa specie di foca va a stazionare (e nemmeno a riprodursi) e farsi fotografare dai turisti. La cittadina si presenta come una normale comunità dedita alla pesca. Poi siamo arrivati fino al Parco Nazionale della Penisola del Capo, raggiungendo attraverso la funicolare il famoso faro dalle cui propaggini scogliere c’è la netta suddivisione tra oceano Atlantico e oceano Indiano. Per quanto alla fine non si notino differenza tra i due mari che “si incontrano”, l’idea fa un certo effetto, lo confesso. E rimane comunque un posto suggestivo.6176666288_img_1910
6176666288_img_1914Un’altra cosa che mi è rimasta di certo impressa è l’attenzione che i cartelli stradali riservano ai babbuini, avvisando gli umani della loro “pericolosità” soprattutto perché attratti dal cibo. Ma anche per preservarne l’incolumità visto che hanno il vizio di attraversare la strada senza guardare. Un altro cartello che avvisa la clientela di fare attenzione alla guida riguarda persino le tartarughe (cosa che mi ha fatto comunque sorridere parecchio). In generale comunque si conferma, anche in un ambiente urbanizzato, la continua attenzione verso il mondo animale che caratterizza la nazione.
Un’altra peculiarità che ci è stata fatta rilevare attiene anche alla vegetazione, unica nel suo genere tanto da divenire proprio per questo un vero e proprio microcosmo a livello mondiale. Molti degli scorci che ho visto in questa fase erano comunque simili a certi paesaggi della mia terra sarda, ma credetemi, come potete vedere dalle foto, l’oceano ha un fascino tutto suo.6176666288_img_2012
Dedica per voi, come di consueto: https://youtu.be/cjVQ36NhbMk

Scritto da Frà il 15.01 alle ore 23,40

 
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Pubblicato da su 16 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Diario di viaggio #9

img_3498Sveglia alla solita ora, inusuale se pensiamo a sabato, per il consueto safari mattutino, ma vissuto col mio personale magone perché di lì a poche ore avrei dovuto abbandonare quel luogo magico per proseguire il mio viaggio in questa terra davvero speciale.
Di sicuro, per la quarta escursione, la parte davvero più bella è stato l’incontro a debita distanza con l’intero branco degli elefanti alla pozza: li abbiamo osservati abbeverarsi, sciacquarsi e spruzzarsi il fango addosso, in religioso silenzio, a parte qualche barrito di protesta. Il branco si muoveva come in una danza precisa, con la supervisione del capo branco. Un’esperienza splendida, che però non ha lenito la mia tristezza.

img_3487Abbiamo salutato gli uomini e le donne che rendono possibile e soprattutto fruibile un oasi del genere e credo che me li porterò dentro per tanto tempo.

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6241678800_img_1657Lo strappo l’ho avvertito proprio mentre il cancello si è richiuso alle nostre spalle e siamo ripartiti per un estenuante viaggio di 5 ore per arrivare in tempo all’aeroporto di Johannesburg. Non so se riuscirò a spiegarmi: è stata proprio una separazione forte, intensa, dolorosa. Abbandonavo qualcosa che mi ha fatto stare bene e non volevo.

img_3486Nella nostra traversata ci siamo imbattuti in diversi villaggi e cittadine. Da cui ho desunto una mia idea di un Sudafrica che ancora non ha chiaro il suo destino: vedi nelle periferie molta povertà (proveniente anche da un intenso fenomeno migratorio da altri stati). Un popolo con le sue tradizioni che si è liberato dell’apartheid, ma dove ancora diffidenza e conflitti sono presenti. (E forse anche un pizzico di razzismo all’inverso).

Ho sentito la necEssità di rinchiudermi in me stesso per un po’, forse per elaborare quell’addio, ma anche per pensare a tutto questo. A un popolo che non si risparmia per lavorare ed emanciparsi su un modello comunque occidentale, ma che detiene ancora quel senso d abbandono che fa male vedere.

Giunti a destinazione, abbiamo salutato il mitico Mario, la guida che di ha accompagnati in questa avventura e che, sono certo, faticheremo a dimenticare.

Poi, di botto, una volta atterrati, abbiamo scoperto i colori di Capetown, anche se eravamo stanchi morti. Ma di quello, scusatemi, vi parlerò domani… adesso sto proprio crollando.

La canzone non poteva che essere questa https://youtu.be/4pBo-GL9SRg

Scritto da Fra il 15.01.16 h. 01;06

 
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Pubblicato da su 15 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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Diario di viaggio #8

6241679840_img_1439Il nostro secondo giorno al Makalali è iniziato alle 5:00 con una colazione veloce e subito partenza per il safari mattutino: ci siamo imbattuti in un carinissimo branco di Licaoni che giocavano tra loro, e poi tra gli altri animali tipici, due dormiglioni tenerissimi: i ghepardi.

Vi confesso però che l’emozione più forte è stata invece quella di riuscire a scovare un terzo Big Five, quasi per caso: il Leopardo, che si era messo sulle tracce di un branco di Impala. Un animale fiero e sospettoso. Insomma, posso dire che come esperienza siamo più che soddisfatti.
Oltre ai safari e alle continue colazioni, nel villaggio riserva, non c’era tanto altro da fare, per cui ci si riposa.

Abbiamo passato qualche ora in una delle piscine del Lodge e ci siamo divertiti a dare qualche biscottino alle scimmiette (che sono delle ladre fenomenali, sia per come ingannano gli umani che per il modo con cui riescono a compiere i loro furti. Ma sono davvero dolcissime!)

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Di pomeriggio, dopo un altro riposo ristoratore e qualche simpatico incontro nel bel mezzo del Lodge,6174634016_img_1534

siamo partiti per il terzo safari fotografico. Rispetto agli altri due stavolta c’erano molte più jeep in giro alla ricerca di animali che, invece non hanno dato grandi soddisfazioni a dire il vero. Abbiamo rivisto il branco di leoni che riposava laddove li avevamo lasciati, abbiamo beccato un rinoceronte nero 6241678800_img_1560(ma è scappato ben due volte) e quindi portato a casa un altro Big Five alla nostra lista, e infine un elefante solitario (quinto Big Five) 6241678800_img_1576che sicuramente doveva aver perso le tracce del suo gruppo e si aggirava solo nel sottobosco. Abbiamo anche beccato un altro leopardo, stavolta un cucciolo, il luogo 6241678800_img_1593dove fondamentalmente si è congestionato il traffico dei turisti.

Al tramonto siamo andati a vedere gli ippopotami, ma a parte le mandibole e le orecchie, si sono guardati bene dall’uscir fuori. Idem, il solitario coccodrillo che tutto il tempo è rimasto nascosto dietro a un cespuglio.
Ma la cosa più divertente è il tremendo acquazzone che ci siamo beccati, mi sono divertito da morire a lasciare la testa fuori e bagnarmi il viso. Mi ha regalato la sensazione che mi ha ispirato tutto quello che ho vissuto sinora in Sudafrica. Un estremo senso di libertà e con questa foto ho solo voluto dire “Sono libero anche io!”

6241679840_img_1434La sera, una volta conclusa l’ennesima avventura, mi è scesa addosso come nebbia un po’ di malinconia. Non so perché ma solo in riserva mi sentivo in contatto con la parte più intima di me e ho iniziato ad avvertire il distacco da tutto questo. Ma ci ha pensato lo staff a farmi un’altra sorpresa: tornati fiaccati dalla cena, io e Guido abbiamo trovato nel nostro bungalow un percorso di candele e foglie che ci conduceva alla vasca piena di acqua calda e schiuma, con a corredo una bottiglia di champagne e due flûte, e poi nel nostro lettone.

E insomma, era il loro regalo che ci ricordava la luna di miele, il motivo per cui eravamo finiti in Sudafrica. Nonostante la stanchezza ci siamo lasciati avvolgere dall’amore, che un po’ ha mitigato la tristezza che si stava impossessando di me.

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La canzone del giorno, ovviamente, non poteva che essere questa: https://youtu.be/KPJtn-xgorw

Alla prossima!
Scritto da Fra il 14.01.17 ore 11:00

 
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Pubblicato da su 14 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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