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TRIANGOLI ROSA[RACCONTO]

Uscito per la prima volta nella raccolta “Concatenazioni” edita da 6pollici nel 2013, lo ripropongo oggi.
Per non dimenticare mai.

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TRIANGOLI ROSA

Paragraph 175 StGB.
Ein Mann, der mit einem anderen Mann Unzucht treibt oder sich von ihm zur Unzucht mißbrauchen läßt, wird mit Gefängnis bestraft.
Bei einem Beteiligten, der zur Zeit der Tat noch nicht einundzwanzig Jahre alt war, kann das Gericht in besonders leichten Fällen von Strafe absehen.
Articolo 175.
Un uomo che commette atti licenziosi e lascivi con un altro uomo o permette l’abuso su di sé di atti licenziosi e lascivi, deve essere punito con l’imprigionamento. Se uno dei due coinvolti ha meno di 21 anni, al momento del compimento dell’atto la Corte può, specialmente in casi particolari, inasprire la punizione.

Lo scatto del registratore mi fece sussultare, mentre lei lo posava sul tavolo.
– Quando se la sente, incominci pure – sussurrò, pronta a prendere appunti. Fissai l’orologio sulla parete dinanzi a me, quasi avesse il potere di arrestarsi e ritornare indietro per riportarmi ai miei incubi di tanti anni fa.
– Inverno 1940 – iniziai – il mio arrivo al campo di concentramento di Sachsenhausen…

Frugando nei miei ricordi, non posso negarlo, ci sei tu e i tuoi occhi di cristallo, che notai subito il giorno in cui fosti assegnato al nostro blocco.
M’invadono i pensieri anche adesso.
Eri giovane e sperduto, non so nemmeno quanto potessi essere conscio del perché fossi finito tra noi. Il tuo segno sul petto, in quella divisa a righe, diceva tutto di te e aveva ben poca importanza quanto fosse vero o meno, il tuo destino era già stato segnato, legato a doppio filo con le nostre disgrazie. I tuoi capelli erano stati rasati, ma eri bello ugualmente, tremo ancora adesso se ci ripenso.
Con te nella mia mente inizio a parlare quest’oggi.

– Cosa facevate durante la giornata? A che lavori, o attività, eravate assegnati?
Lei si sporse dalla poltrona, quasi avesse voluto venirmi incontro. Il suo registratore continuava a girare.
– Non avevamo scelta – ripresi – eravamo destinati ai lavori forzati, oppure costretti a sottoporci alle cure e agli esperimenti di alto profilo scientifico a cui i medici del Reich si dedicavano nell’intento di farci guarire dall’omosessualità. Non seppi mai con quali criteri venivamo scelti, ma nessuno guarì con i loro tentativi a base di ormoni. – Sorrisi amaro.

Imparasti fin da subito qual era la nostra routine: il risveglio, se mai Dio avesse voluto regalarci il sonno; l’appello e la colazione, se ve ne fosse stato il tempo. Poi il lavoro, estenuante tra lo scherno e il disprezzo dei nostri carcerieri. Dopo la prima settimana ci misero assieme.
A mani nude spostavamo la neve da un ciglio all’altro della strada. Ricordo che più di una volta rischiai di inciampare per essermi soffermato troppo tra le tue iridi. Cadere sarebbe stato un grave errore, loro non aspettavano altro.
– Io mi chiamo Hans – sussurrasti, tanto da poter essere sentito da me solo.
– Georg – replicai con un soffio.
– Tutto questo finirà quando ci uccideranno? – mi chiedesti al successivo trasporto. Mi morsi la lingua, la tua domanda cadde nel vuoto. I miei occhi si incastrarono nei tuoi e ciò valse più di ogni altra risposta.

– E la notte? Cosa succedeva durante le notti?
Sospirai per trovare il coraggio di proseguire, senza riuscire a non sentirmi abbrutire man mano che andavo avanti, ma avevo deciso io che era giunto il momento di rivelarlo:
– Eravamo obbligati a stare in due o in tre per cuccetta, le mani bene in vista per non toccarci. La luce era sempre accesa e ogni notte facevano le ronde per controllare. Non era permesso nemmeno parlarci, potevamo solo pregare in silenzio che il sonno scendesse su di noi.

Erano trascorsi dei mesi dal tuo arrivo, quando assistemmo all’esecuzione dei due che dormivano vicino a noi.
Fummo messi in riga mentre loro, di fronte a tutti, vennero spogliati in mezzo alla neve; era Gennaio, credo.
Sapevamo che avremmo saltato la brodaglia che chiamavano colazione quel giorno, perché fummo obbligati a guardare quello spettacolo orrendo, ad ascoltare quelle urla atroci.
Sperai con tutto il cuore che le guardie non notassero le nostre lacrime: avremmo rischiato di essere puniti anche noi.
Erano stati scoperti a toccarsi la notte precedente; le avvisaglie di questo loro amore, noi le avevamo notate da tempo e ne avevamo paura, era impossibile sfuggirgli, sapevamo che sarebbe accaduto.
Li violentarono con le spranghe prima di sparare e dopo li lasciarono lì, sanguinanti e mezzo sventrati, sulla neve che divenne rossa tutt’intorno. Le guardie ridevano, ci minacciavano dicendo:
– I prossimi potreste essere voi.
Quella notte notai che tremavi perché eravamo finiti nella stessa cuccetta da un mese, il ricambio tra nuovi arrivi e decessi era costante. La tua figura si era fatta ben più esile rispetto alla tua discesa nel nostro inferno.
Era appena passata la ronda, i tuoi occhi grandi mi fissavano irrequieti, sapevo che ancora nelle tue orecchie rimbombavano le urla di dolore dei nostri compagni.
“Avrei voluto poterti abbracciare pur di confortarti e cancellare dalla tua mente quell’orrore, ci sarebbe voluto poco, le nostre mani erano distanti qualche centimetro soltanto.
Poi accadde: d’improvviso il tuo viso si arenò sul mio e, per un lungo minuto ci baciammo.
Non so se fosse per paura o per chissà quale altra misteriosa forza che voleva esorcizzare l’orrore che era diventata la nostra vita. Per fortuna nessuno se ne accorse, dopo pochissimo i tuoi occhi tornarono a fissare il fondo della branda sopra di noi. Non me lo sono mai scordato quel gesto, perché ti fece smettere di tremare e io mi sentii per la prima volta un essere umano.

– Avevate rapporti, di qualunque genere, con gli altri reclusi del campo? Collaboravate? Vi incontravate?
– Eravamo considerati da tutti il gradino più basso, anche dagli altri prigionieri. D’altronde noi triangoli rosa, eravamo quelli contro natura che per il solo fatto di esistere commettevano un delitto agli occhi di chiunque. Qualsiasi tipo di contatto con noi avrebbe sicuramente provocato il sospetto di essere omosessuali e generato ritorsioni crudeli se non mortali. Nessuno, dagli ebrei, agli zingari, ai testimoni di Geova, avrebbe dovuto fare grandi sforzi per disprezzarci.
Mi fermai un secondo prima di proseguire, per tirare il fiato, bere un sorso d’acqua e poi finii:
– il triangolo rosa era il nostro marchio dalla doppia sventura. Se fosse capitato a qualcuno di ucciderci, nessuno sarebbe stato punito, come invece sarebbe successo tra gli altri internati.
– Mi sta dicendo che la sua vita aveva un valore diverso?
– Non aveva più nemmeno il suo nome.

Altro tempo trascorse mentre il nostro amore, nonostante la fame e il dolore quotidiano, cresceva.
Ci furono diverse esecuzioni e altri nuovi sventurati ci raggiunsero. Io ti amavo, nonostante ormai di noi fosse rimasto solo il fantasma di quel che eravamo un tempo, nella vita passata che non c’era più. Ci avevano adibiti al trasporto dei cadaveri destinati ai crematori.
La tua tosse peggiorava di giorno in giorno, io pregavo che nessuno si accorgesse del tuo malessere e lo riferisse: si diceva che chi si fosse ammalato sarebbe passato per il camino.
Mi ricordo bene quando avesti la tua crisi: stavamo trasportando l’ennesimo corpo sconosciuto, in parte putrescente. Tu ti fermasti senza motivo, guardandomi e basta, io cercavo di strattonare il peso per farti riprendere a camminare prima che il Kapo e le guardie ci punissero con la frusta per la pausa non concessa.
Il tuo viso era scavato e terreo, imperlato di sudore.
– Ti amo, Georg – dicesti mentre mi fissavi senza muoverti.
Rimasi impietrito mentre tutto avveniva molto in fretta. Fosti scosso da una tosse violenta che sparse sangue dinanzi ai tuoi piedi senza che tu riuscissi a placarti.
Ti vidi cadere in ginocchio, cercai di sorreggerti, piangevo. Arrivarono subito, strappandoti dalle mie braccia, con forza cercai di aggrapparmi alla tua casacca logora ma mi rimase in mano solo un pezzo del tuo triangolo rosa.
Fui allontanato a calci e spintoni mentre ti trascinavano via.

– C’è mai più tornato a Sachsenhausen?
Erano passate due ore dall’inizio dell’intervista e sapevo che ormai ci stavamo approssimando alla conclusione. Involontariamente, una lacrima mi scese tra le gote, mentre la mano mi si posizionò all’altezza del mio vecchio cuore malandato.
No – mentii – non ne ho mai avuto il coraggio.

Ricordo bene che lo feci qualche anno fa, quando ancora le mie gambe funzionavano nonostante tutto.
Rividi quei binari maledetti, là, dove i miei occhi o soltanto il mio animo attendevano di incrociare di nuovo il tuo sguardo.
Osservai tutto quanto, durante la visita guidata, riconoscendo che nei miei ricordi non era presente la dimensione immane di cosa fosse stata quella tragedia.
Sachsenhausen era vuoto, eppure io, nella nebbia dei miei ricordi, non avevo mai pensato alla sua grandezza. Vidi anche la nostra baracca, ma non ebbi il coraggio di entrarvi per vedere cosa potesse esserci rimasto dentro, di me, di noi. La guida spiegò per filo e per segno tutto, ma non disse una parola sui triangoli rosa. Ancora oggi, pensai, siamo destinati a morire nell’oblio.
Mentre il resto della comitiva, silenziosamente, si recava verso l’ingresso per allentare la tensione generata dal luogo e dai racconti, mi avviai a compiere quello per cui ero venuto.
Conoscevo la strada, anche dopo tutti quegli anni in cui con tutte le forze avevo cercato di cancellarla. Mi fermai vicino ai binari, poco distante c’era la rampa dove ogni cosa, per entrambi, aveva avuto inizio.
Tirai fuori il mio logoro pezzo di stoffa, ormai sbiadito, che avevo conservato come una reliquia per tantissimo tempo. Era il mio triangolo, quello che avevo cucito sul petto della mia divisa.
Lo adagiai lì, vicino alle rotaie, ponendoci sopra un sasso. Era così che doveva essere fatto.
Indica un pezzo del mio cuore, un pezzo della mia vita, rappresenta quell’uomo col pigiama a righe, consunto e sporco, il cui spirito ha atteso giorno dopo giorno, anno dopo anno, il tuo ritorno.
Ricordo che piansi soltanto più tardi, ma provai anche sollievo, perché finalmente dentro di me parte di quell’incubo era stato ripagato.

L’intervistatrice si avviò verso la porta, ringraziandomi tanto per la gentilezza. Il registratore scomparve nella sua borsetta.
Dopo che fu andata via, la mia mano tornò vicino al cuore, estrassi dal taschino lo scampolo rosa sbiadito che apparteneva alla tua divisa.
Me lo misi sul naso, come facevo di tanto in tanto, cercando di non piangere più. Se chiudevo gli occhi riuscivo ancora a captare una qualche sfumatura del tuo odore, che non ho mai più ritrovato, perché la vita con le sue tragedie mi ha impedito di riassaporarlo dopo l’unico bacio che io e te ci eravamo scambiati.
Nel mio animo sentivo dentro l’unico rimpianto che mi restava e che mi assillò per tutto il tempo successivo.
– Ti amo, Hans – sussurrai.
Glielo avrei voluto dire prima che lui morisse, prima che me lo strappassero dalle braccia.

 
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Pubblicato da su 27 gennaio 2017 in Blog, Letteratura, Vita

 

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La canzoni di Concatenazioni[PLAYLIST]

Ancora un’altra Playlist, in questo caso di Concatenazioni. Perché alla fine anche per i racconti brevi, perlomeno in alcuni casi, ci possono essere delle canzoni che ho ascoltato nella loro stesura, se non dei veri e propri riferimenti, come è capitato proprio per alcuni testi di questa raccolta (che in origine di chiamava Casi Umani, ma per scelte editoriali abbiamo cambiato titolo con quello che tutti conoscete).
Bene, non indugiamo oltre, eccovi le canzoni di Concatenazioni!

Muse – Time is running out (Tre motivi)

Fangoria – No sé qué me das (L’anniversario)

Arisa – La notte (Per sempre)

Mecano – Figlio della luna (Un beso solo)

Tiziano Ferro – Sere nere (Catene)

Gary Jules – Mad World (Il nuovo Mondo)

P.J. Olsson – Ready for a fall (Pepe y Paco)

Green Day – Wake me up when September ends (Domani)

Cranberries – Electric blue (Via crucis)

Buon ascolto!

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Pubblicato da su 30 settembre 2014 in Blog, Letteratura, Vita

 

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Cose mie #9

 

A volte ci vuole coraggio per dire “Grazie”, anche quando certe cose dovrebbero avvenire in modo spontaneo, in automatico. Come dire Grazie.
Anche a te. Che c’eri quando tanti anni fa ho iniziato questo percorso in salita, a volte doloroso, e con tante porte sbattute in faccia e che mi hai esortato a non smettere, non smettere mai. E ancora Grazie a chi mi è stato vicino quando è arrivato il primo contratto editoriale e ha visto sorgere insieme a me, dopo tanti anni di fatica, l’esordio. Non finirò mai di dirlo: Grazie! A chi mi ha seguito in questo percorso comprendendo che scrivere, pubblicare e parlare dei miei libri è come parlare di me, e che è un privilegio poterlo fare con delle persone che ti apprezzano proprio per questo. Mai smetterò di dire Grazie a chi mi ha sostenuto ancora, anno dopo anno, libro dopo libro, stretta di mano dopo stretta di mano, senza mancare a un evento, presenziando alle piccole rassegne, o informandosene sistematicamente quando non era possibile, riconoscendo che era un po’ della mia vita quella che veniva messo in campo. E mai potrei dire abbastanza “Grazie” a chi mi ha dato delle opportunità, delle enormi opportunità, sia nel credere nei miei lavori che nel pubblicarmi o nel chiamarmi per presentarli. All’infinito: grazie.
E soprattutto grazie a chi ha letto e condiviso: non importa se i libri li ha comprati o se li è fatti prestare o regalare, non importa se l’importo era da digitale o da cartaceo, non fa nulla. Importa solo chi, nel bene o nel male, ha letto, acquistato e condiviso anche con me l’esperienza con i pregi e difetti di una scrittura sempre in divenire. Perché anche questo in qualche modo vuol dire affetto e amicizia sincera. Grazie a chi mi è stato e mi sarà vicino in questo percorso, e Grazie anche a chi non posso più ringraziare, perché comunque lo porterò dentro di me.
Oggi è così. La giornata del Grazie a chi ci tiene a me e ci ha tenuto come autore e come persona, perché più che mai, in questa giornata, entrambe fanno parte della stessa persona per me.
Per cui Grazie a voi, che pur non nominandovi mai tra queste righe saprete riconoscervi e capirete quanto certi momenti siano importanti, e in quanto tali non bisogna mai smettere di essere riconoscenti. E io non smetterò, mai.

Grazie.

 
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Pubblicato da su 20 luglio 2014 in Blog, Vita

 

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Polvere e Concatenazioni a Letti di notte 2014

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E proprio dalle 21,00 presso l’Officina dei libri a Cagliari, in occasione della manifestazione di Letti di Notte avremo le presentazioni e le letture di confine con Concatenazioni & Polvere e La neve a Gaza di Vincenzo Soddu. Ci sarà un calendario fittissimo in tutta Italia (e non solo), che trovate qui. Invece, rispetto a quello che succederà a Cagliari, ecco l’evento su Facebook, aggiornato in tempo reale.

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Vi aspetto! 🙂

 
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Pubblicato da su 17 giugno 2014 in Blog, Letteratura

 

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Immagini e Visioni intorno al Salone di Torino 2014

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Per uno come me, che viene da lontano e che non ha mai avuto le idee chiare di come dovesse essere un Salone del Libro, devo confessarvi che la mia esperienza nel SalTo2014 è stata multiforme, anzi variegata. Forse direttamente legata ai diversi piani di personalità che io sono. Ma andiamo per gradi:
Sono partito con l’idea che il Salone, a detta degli addetti ai lavori, fosse un ottimo campo nel quale stabilire contatti di collaborazione e nuove conoscenze.
Vero, per gli addetti ai lavori.
Ma il mio ego di autore, nonostante tutto, credo che si sia emozionato per il solo fatto che sabato 10 ha presentato il proprio libro in una vetrina come quella che il Salone Internazionale del libro poteva essere (e confessiamolo: all’interno dell’Incubatore è stata una delle più partecipate, a detta dell’organizzazione!). Anche se quest’anno la mia Regione non ha partecipato (ma questa è un’altra storia), anche se quest’anno ho presentato un libro di racconti PURAMENTE LGBTQI mentre lo stato ospite dell’evento era il Vaticano… Sì, son soddisfazioni.
E poi per non parlare del mio ego fan sfegatato che più fan non si può neanchecolcandeggio che ha incrociato Fassino passare davanti allo stand della Dehoniana e non a Ballarò, o che è quasi cascato addosso a Gramellini poco prima che iniziasse allo stand IBS, o che ancora ha cercato Gaarder per farsi firmare la copia della sua ultima ora dopo aver desistito a salutare un suo amico che firmava la sua ultima pubblicazione Mondadori prigioniero di altrettante fan. Ecco, tutto questo sarebbe stato esaltante per uno come me se… il mio io-lettore invece si fosse perso nel chiedersi dove trovare i libri.
Non fraintendetemi: di libri era pieno. Ma il lettore che è in me si è perso in un luogo gigantesco dove a il marchio più grosso aveva il posto al centro della scena e vendeva libri senza offerte speciali e gli stessi libri erano reperibili in qualsiasi libreria del circondario, persino a Cagliari. Eppure quegli stand erano talmente pieni che non si riusciva a passare.
Ecco, forse la criticità maggiore è stata proprio quella: la grande casa editrice vince, le vere esperienze di lettura che ti aspetti con le piccole edizioni di pregio, se non sai dove sono o se non hai studiato in precedenza la location, svaniscono. Le perdi. Ecco ciò che mi ha più stupito del Salone Internazionale del libro (dopo l’aver parlato dei diritti LGBTQI nell’anno in cui lo stato ospite era il Vaticano): il lettore si confonde e non riesce ad accedere a quelle esperienze di lettura che, per distribuzione, inesperienza editoriale o anche per mezzi economici ancora irrisori, in altre parti non avrebbe comunque. Perché sì, alla fine basta arrivare nello Stand J150 per vedere il signor Gainsworth parlare con i lettori di quale fosse il suo progetto editoriale e delle sue idee da mettere in campo, o ancora magari, se si riusciva a fare un salto allo stand B103 avreste trovato le due editrici 6Pollici che fermavano i passanti per raccontare loro la storia di uno dei libri (a caso) del loro catalogo.
Perché alla fine il Salone è una vetrina, forse da pulire col vetril, spolverare e riorganizzare, ma se sai come e dove e quando, ve lo garantisco, ci saranno cose che potranno stupirvi… proprio come è successo a me. E che ricorderò, lo giuro, a lungo.
Ma come vi dicevo, io vengo da lontano, e in quanto tale non potevo non fare il mio report con le mie personali classifiche del SalTo2014 che sono, ovviamente, 100% WD.

Le cinque cose che mi hanno infastidito di più:

  • Il clima: non troppo caldo ma afoso e poi non troppo freddo ma pericoloso per le tonsille.
  • La ressa allo stand Mondadori: non si poteva passare in nessuna direzione. Per non parlare della gente schizzata che c’era dentro.
  • Il tipo che prima ha preso in mano Concatenazioni per poi gettarlo nel banco e andarsene “perché pensava che parlasse di omosessualità femminile, non di maschi”.
  • I 300 finalisti a IoScrittore che impedivano il passaggio nello stand IBS
  • L’assenza di uno stand della mia Regione (non faccio altra polemica, lo giuro!)

Le cinque cose che mi rimarranno per sempre impresse:

  • L’incontro con Poldo (l’umano) E Cicciuzza, ma soprattutto le leccornie di Cicciuzza e Poldo (il cane) che scondizola contento. Splendido ❤
  • L’affetto di Prisca e di Lili
  • L’applauso spontaneo durante la presentazione di Concatenazioni, solo per aver detto la mia sull’omofobia e sui suicidi dei giovani omosessuali.
  • La chiacchierata con il signor Gainsworth, dove si percepiva chiaramente l’entusiasmo per il lavoro che vuole portare avanti.
  • Il brio delle Editrici 6Pollici nel credere sul proprio progetto e i loro autori.

 Le cinque cose che non ho fatto ma che avrei dovuto fare:

  • Dare la colpa a Marcello del ritardo per cena!
  • Rubare a Cristina@ i suoi occhiali.
  • Andare a fare i complimenti alle ragazze di Edizioni Hacca per i loro libri.
  • Intervenire all’incontro di Gainsworth coi blogger, editori e autori.
  • Farmi una foto con tutte le belle persone che in questi tre giorni ho incontrato.

 Ma al di là delle polemiche sui mercati in crisi e i talenti non riconosciuti, andando anche oltre alle recriminazioni di chi vorrebbe più cultura e meno business, io sono comunque convinto alla fine di una cosa: questo Salone del Libro dimostra che ancora c’è la possibilità di migliorare, se tutti quanti convergono con la necessità di salvaguardare la lettura, in ogni sua forma. Perché alla fine il libro, anche nei saloni internazionali, è solo il mezzo che consente a chi legge di sognare. E i sogni sono le cose più preziose per gli esseri umani.

Un’ultima dedica la voglio fare alla mia amica Luisa, che ho rivisto dopo tanti anni che non ci si incontrava, per ricordarle che mi mancava il suo abbraccio, e che di bionico può avere soltanto il cuore, che è grande molto di più di quello di una semplice umana. ❤

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Pubblicato da su 16 maggio 2014 in Blog, Vita

 

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Concatenazioni al Salone Internazionale del libro di Torino[SEGNALAZIONE]

Con immenso piacere vi segnalo che 6Pollici Edizioni presenterà il suo catalogo nuovo di zecca e appena edito, tra cui Concatenazioni, il giorno 10 maggio alle ore 11,00 presso l’Incubatore del Salone internazionale del libro di Torino. Nello specifico: 6Pollici Edizioni, Presentazione: Parole colte nell’etere, intervengono gli autori: Jarl Francesco Mastinu, Marco Bocci, Marta Panunzio, Laura Corsini. Modera l’incontro: Cristina Lattaro.

L’editore sarà presente con un suo stand per tutta la durata del salone (dove troverete copie di Concatenazioni e anche di Polvere!), sulla presentazione rinvio invece al link del sito ufficiale, qui.

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Non sto più nella pelle, voi? 😀

 
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Pubblicato da su 5 maggio 2014 in Blog

 

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Concatenazioni – Presentazione a Prato

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E con immenso piacere annuncio che il 19 aprile alle ore 17 ci sarà una presentazione di Concatenazioni e di Non si dispensano Tartase scritto da Laura Corsini, presso la libreria Feltrinelli a Prato.
Ne parlerà con gli Autori il Circolo dei lettori Pier Paolo Pasolini.
Modera l’incontro la scrittrice Cristina Lattaro

Locandina Feltrinelli

 

Vi aspetto!

 
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Pubblicato da su 14 aprile 2014 in Blog, Letteratura

 

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