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Archivi tag: attivismo queer

Presentazione di Oltre l’Arcobaleno Volume II[SEGNALAZIONE]

Con estremo piacere, annuncio:

Dall’evento Facebook:
In chiusura della #Queeresima2017 si posizione questa bellissima proposta dall’associazione AGedO Cagliari:

“Oltre l’arcobaleno – Volume II” è un iniziativa nata dalla volontà degli autori partecipanti di dedicare un proprio racconto al tema del mondo omosessuale.

Sarà presente uno degli autori, Francesco Mastinu, Pina Doi darà voce ai testi e condurà la serata Michele Pipia.

Vi aspetto domani!

 
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Pubblicato da su 28 giugno 2017 in Blog, Letteratura

 

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Fiaccolata contro l’omofobia 2017

IMG_4182Sempre emozioni diverse sono quelle che mi vengono in mente se ripenso all’evento di ieri sera. Abbiamo attraversato con bandiere, cartelli e fiaccole il centro di Cagliari, in mezzo alla gente, e mi sono soffermato, tra le tante cose, ancora una volta al concetto di eroismo.

E’ più che mai vero, c’è ancora tanto da fare in Italia per rispedire indietro l’odio verso chi ama in un modo che vogliono farci credere diverso. E’ vero anche che proprio in questo ultimo anno abbiamo conquistato dei risultati importanti, che non bastano, ma che dobbiamo considerare come l’inizio. E poi non posso negare quello che accade intorno, in altri paesi del mondo dove l’odio e la violenza diventano (o meglio, permangono) persino legge dello stato.

Ed è per questo che penso all’eroismo. Ci vuole eroismo per dire basta, e sfilare a viso aperto. A volte è eroismo anche scappare e cercare rifugio per non rinunciare a essere se stessi, come ci hanno detto ieri i ragazzi migranti dell’Africa condividendo in un momento di raccoglimento e condivisione le loro esperienze personali. Io penso che sia eroico anche accettarsi e non rinunciare. Avere tutti contro e insegnare, con la propria visibilità, che essere gay non è né sbagliato né una malattia. Ma è essere se stessi al pari di tutto il resto.

IMG_4201Perché, vedete, quando chi abbiamo intorno ci rimprovera o ci odia per quello che siamo, non dobbiamo essere per forza noi a sbagliarci, meno che mai se quanto sentiamo non è dettato da scelte o voglie, ma ci appartiene dentro. Alla fine, della visibilità, sono gli altri che si vergognano: se scrivi e ti esponi, se manifesti, se finisci in televisione in uno dei momenti più belli della tua vita (e questo può, in primo luogo, aiutare chi ancora fatica ad accettarsi e ha paura di quel che è perché famiglia o amici ti insegnano che sei sbagliato)… non sei tu l’errore. Ma l’errore e la vergogna appartengono a chi te lo fa pesare. Per questo parlo di eroismo. Ci vuole coraggio a essere se stessi e ad andare avanti nonostante l’odio. E insieme, gli ostacoli, diventano sempre più piccoli.

Il mio augurio di quest’anno, affidato alla fiamma flebile delle fiaccole che hanno rischiarato l’imbrunire della città, è proprio questo. Coraggio ed eroismo. Rimandare indietro la vergogna a chi la prova, senza che diventi nostra. Da questo parte la felicità di essere, l’orgoglio.

La vita che non è – e mai lo deve diventare – un errore per odio, timore o imbarazzo altrui.

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Pubblicato da su 21 maggio 2017 in Blog, Vita

 

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Concorso Oltre l’Arcobaleno. Gli esiti[SEGNALAZIONE]

Con estremo piacere, diffondo:

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Il Premio Letterario Oltre L’arcobaleno, in collaborazione con Amarganta e LGBT Film Festival de L’Aquila, nasce con l’intento di arricchire l’offerta culturale proposta dall’associazione culturale Amarganta a partire dal settembre 2013, attraverso racconti dedicati al tema attuale dell’omosessualità e alla lotta per l’equità nei diritti di cittadinanza.

Lo scopo dell’iniziativa è promuovere mediante la lettura e la cultura una società fondata sui diritti civili e sul rispetto delle multiculturalità senza discriminazioni basate sugli orientamenti sessuali.

Sono stati selezionati i vincitori e finalisti del concorso Oltre l’arcobaleno edizione 2017:
Lily Carpenetti: Tutto sulle mie spalle
Manuela Chiarottino: Lettera a un padre
Giorgio Ghibaudo: Sotto le dita.
Menzioni d’onore:
Eva Serena Pavan: La mia mela
F.N.Fiorescato: Rainbow cake
Autumn Saper: Troy e Jake

I racconti faranno parte della raccolta Oltre l’arcobaleno – volume 2,
in pubblicazione nel maggio 2017, il cui ricavato (sia da parte degli autori, che dell’editore) verrà interamente devoluto a un’associazione (scelta dall’associazione Amarganta) che si impegna nella lotta in favore dei diritti civili.
La premiazione: sabato 25 febbraio 2017 durante la giornata finale della manifestazione LGBT Film Festival de L’Aquila presso l’Auditorium Renzo Piano, Viale delle Medaglie d’oro, 67100 L’Aquila Reale

Ancora un grazie a tutti coloro che hanno partecipato e tanti complimenti ai vincitori e alle menzioni d’onore. Sono orgoglioso di aver fatto parte di tutto questo.

 

 
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Pubblicato da su 15 febbraio 2017 in Blog, Letteratura

 

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Croce del Sud[PensieriVolanti] #35

La chiamano Croce del Sud perché assomiglia una croce e aiuta i naviganti a raggiungere il sul polare. Brilla nel cielo, sfavillante, basta seguirne gli incroci tra le stelle per trovare la propria direzione, e la vediamo solo nell’emisfero australe.
La notte diventa magica in sua compagnia, sul serio. Ti sospinge lontano con una brezza di speranza sul mare dei sogni, e ti fa sembrare ogni cosa possibile. Devo molto alla Croce del Sud, solo per il privilegio di averla potuta vedere.
E con essa mi ricordo che non importa quanto tempo, nemmeno lo spazio che ti è concesso percorrere. Ciò che conta è avere una direzione dentro, nel cuore e nella mente. E portarla avanti, senza mai dimenticare chi siamo e soprattutto senza mai vergognarsi per cosa siamo.
Il segreto è tutto qui.
Una direzione da seguire, che se è quella giusta, porta nella via del bene. Aiuta a essere realmente felici.
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Pubblicato da su 28 gennaio 2017 in Blog, Vita

 

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TRIANGOLI ROSA[RACCONTO]

Uscito per la prima volta nella raccolta “Concatenazioni” edita da 6pollici nel 2013, lo ripropongo oggi.
Per non dimenticare mai.

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TRIANGOLI ROSA

Paragraph 175 StGB.
Ein Mann, der mit einem anderen Mann Unzucht treibt oder sich von ihm zur Unzucht mißbrauchen läßt, wird mit Gefängnis bestraft.
Bei einem Beteiligten, der zur Zeit der Tat noch nicht einundzwanzig Jahre alt war, kann das Gericht in besonders leichten Fällen von Strafe absehen.
Articolo 175.
Un uomo che commette atti licenziosi e lascivi con un altro uomo o permette l’abuso su di sé di atti licenziosi e lascivi, deve essere punito con l’imprigionamento. Se uno dei due coinvolti ha meno di 21 anni, al momento del compimento dell’atto la Corte può, specialmente in casi particolari, inasprire la punizione.

Lo scatto del registratore mi fece sussultare, mentre lei lo posava sul tavolo.
– Quando se la sente, incominci pure – sussurrò, pronta a prendere appunti. Fissai l’orologio sulla parete dinanzi a me, quasi avesse il potere di arrestarsi e ritornare indietro per riportarmi ai miei incubi di tanti anni fa.
– Inverno 1940 – iniziai – il mio arrivo al campo di concentramento di Sachsenhausen…

Frugando nei miei ricordi, non posso negarlo, ci sei tu e i tuoi occhi di cristallo, che notai subito il giorno in cui fosti assegnato al nostro blocco.
M’invadono i pensieri anche adesso.
Eri giovane e sperduto, non so nemmeno quanto potessi essere conscio del perché fossi finito tra noi. Il tuo segno sul petto, in quella divisa a righe, diceva tutto di te e aveva ben poca importanza quanto fosse vero o meno, il tuo destino era già stato segnato, legato a doppio filo con le nostre disgrazie. I tuoi capelli erano stati rasati, ma eri bello ugualmente, tremo ancora adesso se ci ripenso.
Con te nella mia mente inizio a parlare quest’oggi.

– Cosa facevate durante la giornata? A che lavori, o attività, eravate assegnati?
Lei si sporse dalla poltrona, quasi avesse voluto venirmi incontro. Il suo registratore continuava a girare.
– Non avevamo scelta – ripresi – eravamo destinati ai lavori forzati, oppure costretti a sottoporci alle cure e agli esperimenti di alto profilo scientifico a cui i medici del Reich si dedicavano nell’intento di farci guarire dall’omosessualità. Non seppi mai con quali criteri venivamo scelti, ma nessuno guarì con i loro tentativi a base di ormoni. – Sorrisi amaro.

Imparasti fin da subito qual era la nostra routine: il risveglio, se mai Dio avesse voluto regalarci il sonno; l’appello e la colazione, se ve ne fosse stato il tempo. Poi il lavoro, estenuante tra lo scherno e il disprezzo dei nostri carcerieri. Dopo la prima settimana ci misero assieme.
A mani nude spostavamo la neve da un ciglio all’altro della strada. Ricordo che più di una volta rischiai di inciampare per essermi soffermato troppo tra le tue iridi. Cadere sarebbe stato un grave errore, loro non aspettavano altro.
– Io mi chiamo Hans – sussurrasti, tanto da poter essere sentito da me solo.
– Georg – replicai con un soffio.
– Tutto questo finirà quando ci uccideranno? – mi chiedesti al successivo trasporto. Mi morsi la lingua, la tua domanda cadde nel vuoto. I miei occhi si incastrarono nei tuoi e ciò valse più di ogni altra risposta.

– E la notte? Cosa succedeva durante le notti?
Sospirai per trovare il coraggio di proseguire, senza riuscire a non sentirmi abbrutire man mano che andavo avanti, ma avevo deciso io che era giunto il momento di rivelarlo:
– Eravamo obbligati a stare in due o in tre per cuccetta, le mani bene in vista per non toccarci. La luce era sempre accesa e ogni notte facevano le ronde per controllare. Non era permesso nemmeno parlarci, potevamo solo pregare in silenzio che il sonno scendesse su di noi.

Erano trascorsi dei mesi dal tuo arrivo, quando assistemmo all’esecuzione dei due che dormivano vicino a noi.
Fummo messi in riga mentre loro, di fronte a tutti, vennero spogliati in mezzo alla neve; era Gennaio, credo.
Sapevamo che avremmo saltato la brodaglia che chiamavano colazione quel giorno, perché fummo obbligati a guardare quello spettacolo orrendo, ad ascoltare quelle urla atroci.
Sperai con tutto il cuore che le guardie non notassero le nostre lacrime: avremmo rischiato di essere puniti anche noi.
Erano stati scoperti a toccarsi la notte precedente; le avvisaglie di questo loro amore, noi le avevamo notate da tempo e ne avevamo paura, era impossibile sfuggirgli, sapevamo che sarebbe accaduto.
Li violentarono con le spranghe prima di sparare e dopo li lasciarono lì, sanguinanti e mezzo sventrati, sulla neve che divenne rossa tutt’intorno. Le guardie ridevano, ci minacciavano dicendo:
– I prossimi potreste essere voi.
Quella notte notai che tremavi perché eravamo finiti nella stessa cuccetta da un mese, il ricambio tra nuovi arrivi e decessi era costante. La tua figura si era fatta ben più esile rispetto alla tua discesa nel nostro inferno.
Era appena passata la ronda, i tuoi occhi grandi mi fissavano irrequieti, sapevo che ancora nelle tue orecchie rimbombavano le urla di dolore dei nostri compagni.
“Avrei voluto poterti abbracciare pur di confortarti e cancellare dalla tua mente quell’orrore, ci sarebbe voluto poco, le nostre mani erano distanti qualche centimetro soltanto.
Poi accadde: d’improvviso il tuo viso si arenò sul mio e, per un lungo minuto ci baciammo.
Non so se fosse per paura o per chissà quale altra misteriosa forza che voleva esorcizzare l’orrore che era diventata la nostra vita. Per fortuna nessuno se ne accorse, dopo pochissimo i tuoi occhi tornarono a fissare il fondo della branda sopra di noi. Non me lo sono mai scordato quel gesto, perché ti fece smettere di tremare e io mi sentii per la prima volta un essere umano.

– Avevate rapporti, di qualunque genere, con gli altri reclusi del campo? Collaboravate? Vi incontravate?
– Eravamo considerati da tutti il gradino più basso, anche dagli altri prigionieri. D’altronde noi triangoli rosa, eravamo quelli contro natura che per il solo fatto di esistere commettevano un delitto agli occhi di chiunque. Qualsiasi tipo di contatto con noi avrebbe sicuramente provocato il sospetto di essere omosessuali e generato ritorsioni crudeli se non mortali. Nessuno, dagli ebrei, agli zingari, ai testimoni di Geova, avrebbe dovuto fare grandi sforzi per disprezzarci.
Mi fermai un secondo prima di proseguire, per tirare il fiato, bere un sorso d’acqua e poi finii:
– il triangolo rosa era il nostro marchio dalla doppia sventura. Se fosse capitato a qualcuno di ucciderci, nessuno sarebbe stato punito, come invece sarebbe successo tra gli altri internati.
– Mi sta dicendo che la sua vita aveva un valore diverso?
– Non aveva più nemmeno il suo nome.

Altro tempo trascorse mentre il nostro amore, nonostante la fame e il dolore quotidiano, cresceva.
Ci furono diverse esecuzioni e altri nuovi sventurati ci raggiunsero. Io ti amavo, nonostante ormai di noi fosse rimasto solo il fantasma di quel che eravamo un tempo, nella vita passata che non c’era più. Ci avevano adibiti al trasporto dei cadaveri destinati ai crematori.
La tua tosse peggiorava di giorno in giorno, io pregavo che nessuno si accorgesse del tuo malessere e lo riferisse: si diceva che chi si fosse ammalato sarebbe passato per il camino.
Mi ricordo bene quando avesti la tua crisi: stavamo trasportando l’ennesimo corpo sconosciuto, in parte putrescente. Tu ti fermasti senza motivo, guardandomi e basta, io cercavo di strattonare il peso per farti riprendere a camminare prima che il Kapo e le guardie ci punissero con la frusta per la pausa non concessa.
Il tuo viso era scavato e terreo, imperlato di sudore.
– Ti amo, Georg – dicesti mentre mi fissavi senza muoverti.
Rimasi impietrito mentre tutto avveniva molto in fretta. Fosti scosso da una tosse violenta che sparse sangue dinanzi ai tuoi piedi senza che tu riuscissi a placarti.
Ti vidi cadere in ginocchio, cercai di sorreggerti, piangevo. Arrivarono subito, strappandoti dalle mie braccia, con forza cercai di aggrapparmi alla tua casacca logora ma mi rimase in mano solo un pezzo del tuo triangolo rosa.
Fui allontanato a calci e spintoni mentre ti trascinavano via.

– C’è mai più tornato a Sachsenhausen?
Erano passate due ore dall’inizio dell’intervista e sapevo che ormai ci stavamo approssimando alla conclusione. Involontariamente, una lacrima mi scese tra le gote, mentre la mano mi si posizionò all’altezza del mio vecchio cuore malandato.
No – mentii – non ne ho mai avuto il coraggio.

Ricordo bene che lo feci qualche anno fa, quando ancora le mie gambe funzionavano nonostante tutto.
Rividi quei binari maledetti, là, dove i miei occhi o soltanto il mio animo attendevano di incrociare di nuovo il tuo sguardo.
Osservai tutto quanto, durante la visita guidata, riconoscendo che nei miei ricordi non era presente la dimensione immane di cosa fosse stata quella tragedia.
Sachsenhausen era vuoto, eppure io, nella nebbia dei miei ricordi, non avevo mai pensato alla sua grandezza. Vidi anche la nostra baracca, ma non ebbi il coraggio di entrarvi per vedere cosa potesse esserci rimasto dentro, di me, di noi. La guida spiegò per filo e per segno tutto, ma non disse una parola sui triangoli rosa. Ancora oggi, pensai, siamo destinati a morire nell’oblio.
Mentre il resto della comitiva, silenziosamente, si recava verso l’ingresso per allentare la tensione generata dal luogo e dai racconti, mi avviai a compiere quello per cui ero venuto.
Conoscevo la strada, anche dopo tutti quegli anni in cui con tutte le forze avevo cercato di cancellarla. Mi fermai vicino ai binari, poco distante c’era la rampa dove ogni cosa, per entrambi, aveva avuto inizio.
Tirai fuori il mio logoro pezzo di stoffa, ormai sbiadito, che avevo conservato come una reliquia per tantissimo tempo. Era il mio triangolo, quello che avevo cucito sul petto della mia divisa.
Lo adagiai lì, vicino alle rotaie, ponendoci sopra un sasso. Era così che doveva essere fatto.
Indica un pezzo del mio cuore, un pezzo della mia vita, rappresenta quell’uomo col pigiama a righe, consunto e sporco, il cui spirito ha atteso giorno dopo giorno, anno dopo anno, il tuo ritorno.
Ricordo che piansi soltanto più tardi, ma provai anche sollievo, perché finalmente dentro di me parte di quell’incubo era stato ripagato.

L’intervistatrice si avviò verso la porta, ringraziandomi tanto per la gentilezza. Il registratore scomparve nella sua borsetta.
Dopo che fu andata via, la mia mano tornò vicino al cuore, estrassi dal taschino lo scampolo rosa sbiadito che apparteneva alla tua divisa.
Me lo misi sul naso, come facevo di tanto in tanto, cercando di non piangere più. Se chiudevo gli occhi riuscivo ancora a captare una qualche sfumatura del tuo odore, che non ho mai più ritrovato, perché la vita con le sue tragedie mi ha impedito di riassaporarlo dopo l’unico bacio che io e te ci eravamo scambiati.
Nel mio animo sentivo dentro l’unico rimpianto che mi restava e che mi assillò per tutto il tempo successivo.
– Ti amo, Hans – sussurrai.
Glielo avrei voluto dire prima che lui morisse, prima che me lo strappassero dalle braccia.

 
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Pubblicato da su 27 gennaio 2017 in Blog, Letteratura, Vita

 

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Il Mondo dei Bambini Normali

A volte ho l’impressione che per quanti passi si possano fare avanti, altrettanti se ne facciano indietro. Sul mondo dei bambini non c’è nulla da dire, davvero. Il loro sogno, la loro crescita, tutto quanto va tutelato, educato, investito e reso possibile, perché è questo il dovere di noi adulti. Tutelare, per crescere bene, in modo armonico.
Siamo nel 2016, e ancora ci imbattiamo nell’eccesso di zelo su questo versante. Perché? Semplice, continuiamo a pensare che i bambini vadano protetti, che non debbano conoscere e, soprattutto, che non debbano essere curiosi.
Ma in realtà, spesso con questa cautela sono gli adulti a mascherare la propria inadeguatezza. Perché ancora oggi ci sono persone convinte che un minore non debba sapere che si ama, e che le forme dell’amore possono essere molteplici. Perché spostiamo il concetto dall’amore, il sentimento che, nel bene o nel male, fa girare la vita e il mondo stesso, a chi ama.
Ed è triste.
Non solo affermare che per tutelare un bambino che prima deve imparare cosa è normalità e solo quando cresce che ci sono diversità, ma  anche solo pensarlo.
Chi salvaguardiamo? Il bambino che scopre che esistono tanti modi di amarsi, e che vivrà la questione con un’alzata di spalle e al massimo come qualcosa di assodato che diventerà domani la base del rispetto per tutti, oppure vogliamo salvare noi stessi dal dover spiegare che certe cose accadono lo stesso anche se nascondiamo i minori in una campana di vetro, o dalla nostra vergogna repressa?
Vorrei tanto delle risposte, ma come sempre capita, risposte non ce ne sono mai.
So solo che amare è l’unico modo per tutelare se stessi e chi circonda. Che la natura delle persone non si cambia per educazione e che di sicuro non si impara ad amare il sesso opposto piuttosto che lo stesso sesso sulla base dell’età con cui ti confronti con la realtà. Ma è innato. Non ci si educa ad amare, a provare attrazione. Lo si fa e basta.
E il giorno in cui tutti noi adulti ce ne renderemo conto, sarà sempre troppo tardi. Perché lasciamo per l’ennesima volta in sospeso agli adulti di domani quello che potremmo fare noi adulti di oggi. E diventa la solita catena che imbriglia chi, domani, avrà bisogno di sentirsi dire che va bene lo stesso, chiunque sia la persona che ami.

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Pubblicato da su 15 novembre 2016 in Blog, Vita

 

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*Simone*[PersonaggiInCercaDiEditore]

Nome: Simone
Lo conosciamo in Sono solo parole
Età: 16
Capelli: Neri
Occhi: Scuri
Segno zodiacale: Sagittario

Per Simone la vita è una vera scoperta. Svogliato, con desiderio di fare esperienze e vivere in modo intenso tutto quel che gli accade, un giorno troverà l’amore tra gli occhi verdi di una ragazza che lo lascerà senza fiato.
Ma solo il tempo sarà in grado di insegnargli che le cose belle richiedono anche tanta fatica per potersi realizzare. Sudore, impegno, desiderio di non demordere e, soprattutto, attese.

Canzone Preferita:
https://www.youtube.com/watch?v=KIlvHpt4MnQ

Non fece caso al motorino che le passò accanto per poi arrestarsi alla sua sinistra, né agli sguardi concitati che le lanciava con insistenza il ragazzo che lo montava da quando si era tolto il casco.
Continuò a dibattersi tra il dover entrare e l’impulso di fuggire via, fino a che il giovane non le posò una mano sulla spalla, facendola trasalire.
«Ehi!»
Erika squadrò Simone con odio, come se lui avesse ficcato il naso nei suoi pensieri nascosti, interrompendone il flusso, ma poi le rivolse un sorriso che riuscì a calmarla.
Simone aveva le spalle larghe, un fisico che prometteva di svilupparsi parecchio in futuro, occhi nocciola intensi e la mascella squadrata.
“Peccato per quei denti storti” pensò Erika, per poi riconoscere che le fossette, quando rideva, lo facevano sembrare tenero.
“Togliti dalla testa qualsiasi cosa! Non sei in cerca di maschi!”
La vocina, spuntata chissà come dai recessi della sua testa, divenne il suo mantra.

Dal Capitolo 2 – Approcci maldestri

 
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Pubblicato da su 27 settembre 2016 in Blog, Letteratura

 

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