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Un passo solo

05 Feb

matrimonio Guido e Francesco 161 - Copia

Un passo, uno per volta.
Quando avevo tredici anni, preferivo rimanere da solo. Allontanavo chiunque mi potesse porgere la mano, per paura di rimanere ferito in un’ennesima tortura o violenza gratuita. Avevo etichette che non conoscevo, ma che gli altri mi vedevano bene appiccicate addosso. Volevo solo scappare, e correre addosso al futuro che mi portasse lontano da quanto provavo.
Ho dovuto compierne diciannove per incastrare i miei occhi su qualcuno che mi obbligasse a uscire allo scoperto e a ricordarmi che si vive solo questa vita, non l’ideale di qualcosa che nella realtà si sarebbe trasformato comunque in modo imperfetto. Ma vissuto davvero.
Un passo, due mani intrecciate, un altro ancora.
Quando tutto sembrava statico, mi bastava ricordare il potere di quell’incontro. Anche se abbiamo camminato di nascosto, impauriti e attenti, soprattutto alle reazioni che chi avevamo attorno poteva esternare. Abbiamo preso negli anni alcuni rifiuti, diverse separazioni ma anche tante pacche sulle spalle e abbracci. Promesse che non sarebbe cambiato nulla. Perché era questo il segreto che dovevo scoprire: le persone avrebbero continuato a giudicare senza conoscere davvero chi criticavano. Ma tutto doveva fare il suo corso.
Un altro ancora, e ancora. Un passo dopo l’altro.
A venticinque anni ho imparato a reinventare la mia famiglia, che mai avrebbe accettato e che mai avrebbe capito, ma camminando scoprii che col tempo gli affetti sono in grado di realizzare i miracoli. Come tutti i momenti in cui dovevo fare i conti coi sensi di colpa, perché vivevo in una società in cui, ancora, si pretendeva che mi scusassi per essere nato così, a rifiutare di dare un bacio in pubblico, a una festa o per strada, perché non si sapeva mai che cosa  potesse succedere o quali sarebbero state le reazioni.
Un solo passo dedicato al momento in cui ho capito che il problema non potevo essere io, ma solo chi non voleva che scambiassi un’effusione.
E di nuovo, in cammino. Uno, poi due passi, e ancora tre.
A ventotto anni ho iniziato a realizzare il progetto che sembrava sorretto solo dal sentimento. Con tutte le difficoltà della situazione, dal riuscire a essere nucleo familiare fino all’ottenere un affitto cointestato. Ogni volta ricordarsi a cambiare nome, passare da amico e collega a compagno. Correggersi e imporsi di utilizzare il giusto linguaggio, fregandosene delle reazioni.
E mi sembra di vederlo, al centro, mentre continuo a camminare, un passo e uno ancora. Manca poco, sul serio.
E a trent’anni iniziavo a chiedermi quando sarebbe venuto il momento in cui avrei avuto il diritto di celebrare quello che siamo. Anche se non corrisponde a un diritto a sé stante, ma significa rispondere ai bisogni di un’esistenza, fatta di eventi tragici, di assistenze ospedaliere, di mutui intestati e di figli, se mai sarebbe scesa dal cielo una benedizione del genere.
Un passo, spedito. Un altro passo.
E a trentacinque sembra quasi di poterlo afferrare quell’attimo, il sì. A dispetto di chi vuole impedirlo, perché non sa, non conosce e vuole solo odiare. Ma andando avanti ho imparato che importa quello che sentiamo dentro e che si tratta della risposta migliore, contro ogni pregiudizio. Perché una cosa è certa, io quel sì lo dirò. Lui quel sì lo dirà a me.
Sto camminando per questo, mi sto fermando qui, oggi, posso immaginarlo chiaramente quando succederà. Gli applausi, le pratiche, le canzoni cantate a squarciagola, la felicità di una mano che stringerà la mia, come la prima volta e tutte le altre a venire.
Un passo solo, ritmato. Uno solo per arrivare.
E  a quasi trentasei, lo rivendico. Non è solo un diritto, anche se c’è chi preferisce tralasciare la questione emotiva. Per me si tratta di amore prima di tutto. E in quanto tale meritevole di potersi affermare, perché non abbiamo fatto nulla di male e non è più tempo per chiedere scusa di quello che siamo.
Mi fermerò, lo so. In equilibrio sul passo. Intrecceremo le dita, e diremo che sì, va bene. Che siamo una famiglia e che meritiamo di esserlo.
E quel giorno mi volterò indietro, verso le cose perse, il cammino fatto, a testimoniare che va bene così e che nessuno ha il diritto di dire il contrario. A sperare che domani nessuno si debba scusare di essere com’è. Ad annuire a un me tredicenne e sorridergli, senza indugiare. Che è un suo diritto essere, innamorarsi e costruire una vita insieme. Che alla fine ce l’ha fatta anche lui a vivere quel giorno.
Un passo e basta. Il cammino cerimoniale che si ferma.
Solo per dire che io amo lui e che lui ama me. Sempre.

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1 Commento

Pubblicato da su 5 febbraio 2016 in Blog, Letteratura, Vita

 

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Una risposta a “Un passo solo

  1. Annamaria Lucchese aka Babette Brown

    9 febbraio 2016 at 04:51

    Ok, trovarsi con i lacrimoni alle 04:50 del mattino non è proprio il massimo!

     

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