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Possiamo solo andare avanti

04 Gen

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C’è stato un momento in cui la solitudine me la portavo addosso, cucita sulla pelle come un tatuaggio che pensavo di non poter cancellare mai. A volte mi chiudevo pure a chiave nella mia camera, per rimanere da solo. A disegnare con la mente il soffitto di migliaia di storie dove non fossi isolato, nelle quali il timido ragazzino che cercava solo scappare dall’odio che mi marchiava a fuoco tra i banchi di scuola e per strada, avrebbe avuto la sua rivalsa sotto gli occhi di tutti. Che sarei diventato un eroe, un giorno.

Ricordo che per anni ho pregato di allontanare da me l’anormalità che mi strisciava dentro e mi faceva paura anche un solo sussulto di consapevolezza nel credere che tutte le brutte offese mi venivano rivolte, forse avevano un fondo di verità. Oggi ci potrei ridere su, allora non era possibile farlo. Perché quelle lacrime erano dannatamente vere, così come il terrore che mi potessero piacere i maschi e che per me doveva essere finita.

Fuori dalla camera c’era solo dileggio, dentro di me il terremoto, e io stavo nel mezzo, con le braccia e le gambe spalancate, a cercare di reggere i cocci di quanto avessi intorno per non far crollare nulla e mantenere la facciata ostinata della solitudine da ostentare, a ogni costo.

Gli anni sono trascorsi da allora attraversando le consuete tappe del masochismo personale, dove per uscire fuori e crescere si doveva per forza conformarsi alla maggioranza e fingere che non certi pensieri non fossero mai esistiti, e ancora inciampi e cadute peggiori, che magari non scorticavano le ginocchia come quando mi rincorreva il branco di carnefici adolescenti che mi doveva punire perché esisteva un me che nemmeno io ero capace di vedere, ma comunque facevano male lo stesso. E poi l’esplosione dei sensi, il rifiutarsi di barattare la propria libertà di sfogarsi con una vita di facciata, il disprezzo di chi non capiva e la perdita magari di qualche amico per cui era troppo accettare che fossi dell’altra sponda, equilibrata da chi rimaneva perché “per noi non cambia niente” ed era fottutamente vero anche quello, e solamente dopo ho iniziato davvero a crederci e a perdonarmi per non essere stato un altro da quello che la natura mi aveva reso. Ci sono voluti anni per non sentirmi più in colpa verso la mia casa o una famiglia preoccupata che scopriva quanto fossi dissimile da ciò che sarei dovuto essere, per attraversare in punta di piedi un sentiero pieno di vetro sbriciolato e andare avanti nonostante tutto, lottando con le paure di emarginazione, della solitudine, di una vita che non potevo conoscere ma che credevo destinata a uno stereotipo di abbandono.

E ancora passi, su passi, su sangue e sudore, a disegnare nel cielo un’esistenza che non avrei mai avuto il coraggio di dipingere sul famoso soffitto dei miei tredici anni, e parole, e queste righe, solo per dire che sto bene. Che sono sopravvissuto e in modo soddisfacente. A volte urlando, graffiando e sgomitando, ma ce l’ho fatta.

Soltanto oggi ci ho ripensato a quelle mura bianche, sulle quali a piene mani stendevo strati di vernice composta da pensieri e fantasia. Perché per anni ho desiderato solo affrancarmi dall’etichetta per dare prova agli altri quello che valevo, e arrivo oggi a capire che in realtà dovevo dimostrarlo a me stesso e basta.

Vorrei entrare adesso in quella stanza, sedermi sul letto o stendermi accanto al me di allora, per dirglielo che non bisogna avere paura e che il tempo passa, passa più in fretta di quanto osiamo sperare. Che i percorsi saranno difficili, ma che comunque, un giorno, tutto quello sfacelo potrà essergli utile, anche solo per mostrarsi in giro a testa alta e far vedere ad altri giovani che soffrono per i tuoi stessi timori di allora, che siamo persone normali e meritevoli di vivere. Per scrivere le storie che aveva immaginato.

Vorrei andare da lui e dirgli che la lotta per esistere passa anche dalle nostre esperienze, a non lasciarsi andare allo sconforto e non prendere le lamette nell’armadietto e non incidersi la pelle nei momenti in cui tutto era nero, faceva male e non si riusciva a uscire dal gorgo in cui l’odio degli altri ti tiene imprigionato.

Vorrei ma non posso farlo. Per questo lo scrivo qui, nero su bianco. E ne lascio memoria per chiunque abbia bisogno di saperlo, ancora nell’oggi in cui ci si riempie la bocca di una libertà di vivere che davvero non esiste. Non si è soli a sentirsi dei diversi, perché i diversi stanno in chi guarda, non in noi che abbiamo diritto di essere e, quindi, di vivere. I colpi di oggi, le cicatrici del domani, non ci devono impedire di essere felici, perché nell’andare avanti e superare tutto il dolore di ieri è il modo migliore per farla pagare a chi usa il disprezzo e l’odio come unica lingua per comunicare.

 

 

 

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Pubblicato da su 4 gennaio 2016 in Blog, Vita

 

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