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Clara Cerri – Dodici posti dove non volevo andare[RECENSIONE]

07 Gen

Titolo: Dodici posti dove non volevo andare
Autore: Clara Cerri
Editore: Lettere Animate
Genere: sentimentale / memoir
Pagine: 242

 

Trama: Come all’interno di un puzzle composito, il romanzo fa luce nei quarant’anni di storia della famiglia Cerri e delle persone che vi gravitano attorno, rendendo il lettore partecipe di drammi, perdite, rimpianti e desideri di rivalsa, nella cornice di una Roma viva, eterna ma sempre dinamica, come le emozioni che le voci di questo romanzo vivono, rendendolo attuale.

Contenuti: al di là del costrutto narrativo, di suo già peculiare, il libro di Clara Cerri conduce per mano il lettore nei meandri del mal di vivere, dell’introspezione, a volte spaventosa e in altri casi inerte, dei suoi protagonisti che in qualche modo vivono una vita da outsider, quasi alla periferia di quello che, per convenzione civile, siamo abituati a scegliere. Parliamo di insoddisfazione di fondo, di paura dell’altro, di tutte quelle dinamiche relative allo sviluppo personale che si scontrano, spesso, in un dissidio interiore tra i nostri desideri e quello che invece si concretizza nell’esistenza. In questo senso, non solo l’approfondimento personale dei protagonisti ma in sé lo sviluppo della storia ha il suo vero punto di forza: il lettore si sente Clara, teme come Roy, afferra le dinamiche amicali di Claudio e di tutti i suoi amici, si sente quindi partecipe con empatia. E l’autrice è riuscita a confezionare questo vestito attraverso le sue parole in un modo sicuro, senza timori. Inoltre il libro ci infila all’interno di una saga parentale, dove oltre alle consuete dinamiche affettive e di rispetto dei ruoli abbiamo modo di respirare l’arte, sia nel canto che nella pittura o scrittura, conosciamo la patologia depressiva e le problematiche di accettazione del sé, compresa l’omosessualità.

Ambientazione e personaggi: Mentre sul luogo fisico va fatta una distinzione a parte, i personaggi della storia sono molteplici, con tante caratteristiche che compongono ciascuno in quadro poliedrico e multi sfaccettato, che i lettori meno accorti rischiano di perdersi, al di là della struttura narrativa. Le voci che parlano, anzi, che ci parlano in prima o in terza persona (se il punto di vista appartiene a un tassista piuttosto che a un compagno di letto)strutturano attorno a Roy, Clara e William su tutti un quadro composito, che mostra l’evoluzione nel lungo periodo della loro persona, come un passaggio da un’adultità anagrafica a un essere adulti nello spirito. Purtroppo però è anche vero che la molteplicità dei personaggi e delle loro mosse, non sempre aiutano il lettore a stare dietro alle evoluzioni: in alcuni passaggi si fatica a capire di chi stiamo parlando, o a stare dietro allo stato d’animo. La vera protagonista assoluta della storia, oltre alla famiglia Cerri, invece è Roma: eterna, classica, vissuta, verace. Soprattutto reale. Non solo perché, come ne “La grande bellezza”, il testo rende omaggio a una città sofferente ma comunque bellissima (e lasciatemelo dire, l’autrice in alcuni passaggi dà delle pennellate così vivide che sarebbero davvero interessanti, quanto una regia cinematografica) ma perché si respira quell’aria, si sentono quegli idiomi propri del dialetto, si vive la città stando comodamente distesi con il libro in mano. E per me, questo aspetto, è stato un altro punto di forza della lettura.

Stile e forma: A livello prettamente sintattico/formale, non ho evidenziato particolari refusi o errori di scrittura, se non qualche trascurabile distrazione. Lo stile è molto emotivo, denso, a volte forse anche troppo ricco da far soffocare nella lettura, ma nulla che possa disturbare davvero. La narrazione è lenta, ma col ritmo adeguato ai lettori che vogliono godersi le fasi evolutive della situazione raccontata per bene. Quello che genera a volte un po’ di confusione è la scelta di riportare la storia in episodi, tra loro non sempre correlati se non nel fil rouge generale, dove a volte i periodi si stravolgono, dando una dimensione del prima e del dopo non sempre chiara, tale da obbligare il lettore a fare uno sforzo in più, a ripercorrere indietro le parti già lette, per non perdersi nei meandri narrativi. In questo aiuta comunque il titolo con l’anno di riferimento, anche se rischia di compromettere la valutazione della storia, che per essere goduta comunque richiede una certa dose di lavoro interno. Di certo la sua struttura da un lato regala del fascino all’opera, ma dall’altro fa perdere la completezza del quadro d’insieme, dando l’impressione di un’eccessiva frammentarietà.

Conclusioni e giudizio finale: Non è facile poter esprimere un parere su un romanzo del genere. Clara Cerri ci conduce, con la sua narrativa, nei meandri sottili della mente umana, attraverso una cornice bellissima e affascinante, che è la città di Roma, ma lo fa a modo suo, non in modo universale e condivisibile. Dodici posti dove non volevo andare è un romanzo ricco di sentimento e di monumentalità, dedicato a tutte quelle menti che vogliono fermarsi a scoprire la mente umana e i suoi percorsi, lasciandosi guidare dal gioco stesso che l’autrice ha creato nella sua struttura. E secondo me, Clara, nel farlo, si è divertita tantissimo, regalandoci, a prescindere dal gradimento, il suo cuore.

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Pubblicato da su 7 gennaio 2015 in Letteratura, Recensioni

 

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