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Francesco Abate – Un posto anche per me[RECENSIONE]

11 Dic

Sempre nell’ambito delle proposte di lettura della mia libreria di fiducia, oggi vi parlo della mia esperienza di lettura con l’ultima creatura di Francesco Abate. Siete pronti?

Titolo: Un posto anche per me
Autore: Francesco Abate
Editore: Einaudi
Prezzo: € 17,50
Pagine: 232

Trama: Peppino racconta la sua storia, o meglio, la racconta alla sua amica Marisa, durante i suoi lunghi viaggi in autobus mente fa le consegne ai clienti. Peppino, sardo d’importazione a Roma parla della sua infanzia a Cagliari, degli innamoramenti e delle prevaricazioni durante l’infanzia e l’adolescenza in casa famiglia, del rapporto col padre e della sua famiglia e della sua vita nella capitale dove, stazza a parte, cerca il più possibile di essere invisibile, per quanto poi custodisca nel cuore un unico desiderio: avere un posto nel mondo anche lui.

Contenuti: Il romanzo si presente come una storia personale ad alto carico socio – assistenziale: nel corso della lettura affrontiamo il pregiudizio, l’arretratezza culturale che genera spesso anche un ritardo o un disadattamento nel normale percorso di sviluppo, il senso di rivalsa da un modello di vita fatto di espedienti e dell’arte di arrangiarsi verso l’affermazione delle proprie aspirazioni sino ad arrivare alla concretizzazione dei propri desideri e dei propri valori. Il tutto viene presentato al lettore poco per volta, ben dosato, come la costruzione di un puzzle il cui disegno intero si può intravedere solo sul finale. Assieme alle vicissitudini di Peppino, dei suoi familiari e delle persone che gli sono state accanto nel suo percorso di vita scopriremo pertanto cosa significhi essere abbandonato in tenera età ed essere ri-accolti da una riluttante famiglia paterna che ti punta il dito contro, appellandosi in primo luogo all’aspetto fisico che comunque turba il percorso di crescita e le stesse convinzioni personali, trasformando Peppino da ragazzo incompreso e rifiutato nella profezia che si auto adempie. Peppino impara a sopportare con enorme coraggio la cattiveria del gruppo dei pari che ugualmente sopravvive scagliandosi contro l’anello debole, sviluppando una sensibilità che soltanto chi è vittima del pregiudizio (a tutto tondo) è in grado di descrivere, comprendere e riportare all’esterno. Ma il lettore a livello emozionale si confronta non solo con la storia di vita, ma anche col sentimento a contorno di tutta la formazione personale del narrato: dalla delusione al senso di adattamento, dalla generosità al senso di colpa fino a trasformare il cumulo delle esperienze e dei sentimenti nel desiderio di autoaffermarsi, di dire “ci sono anche io” e in quanto tale ho diritto di esserci. In questo senso il percorso di vita di Peppino ci richiama il ben noto cammino dell’eroe che, nonostante non presupponga l’esistenza dell’elemento magico, descrive in maniera lineare l’approdo da un presupposto a un nuovo spirito di affrontare la vita, che in qualche modo riabilita il protagonista da personaggio improbabile a eroe a tutto tondo. Infine, proprio il fondus ambientale che fa da scenografia al percorso di Peppino, consente di interagire con il sottobosco umano delle grandi città, dal versante del disagio: un vero e proprio mondo spesso invisibile a chi vive dall’altro lato dell’agiatezza, fatto di regole, codici comportamentali, arretratezza culturale e normalità di vita che, chi non è abituato ad affacciarsi con quelle realtà, quasi fatica a comprendere, rendendo esotico quello che magari abbiamo accanto e non vogliamo vedere.

Ambientazione e Personaggi: A parte quanto già esternato, rispetto all’ambientazione, oltre alla resa dell’intricata rete di rapporti umani e del codice comportamentale del substrato urbano descritto, il lettore ha modo di confrontarsi  livello geografico con una Cagliari tipica, quasi etnica nella sua descrizione autoctona rispetto invece a una Roma abbozzata, più parlata e forse meno visiva, che l’autore è riuscito a descrivere attraverso la rete dei trasporti, portandoci sia nei quartieri periferici che in quelli invece benestanti. In generale l’atmosfera è sempre viva, animata: utilizzando lo stratagemma dell’interrelazione tra ambiente e persone i luoghi acquisiscono colore, interagiscono e rimangono impressi: molto ben rese sono le strade e i loro frequentatori, la casa famiglia coi loro gestori ecclesiastici e i loro caratteri, il climax tipico dei mezzi di trasporto metropolitani. In merito ai personaggi invece molti dei limiti e dei pregi contestuali sono dovuti all’io narrante: Peppino parla in prima persona, interagisce e ci descrive i personaggi e le loro azioni attraverso la sua percezione. Questo aspetto implica di sicuro un vincolo importante: Peppino è una persona estremamente semplice, che a causa dell’influenza ambientale in cui è cresciuto ha un modo di affrontare l’esistenza tremendamente ingenuo, tanto da apparire un perfetto Idiota (nell’approccio di Dovstoevskij del concetto) dei tempi moderni. In questo modo filtra anche l’atteggiamento degli altri nei suoi confronti e la sua visione: Marisa è l’elemento mistico/sentimentale, quasi idealizzato, il padre Beppe, nonostante le sue pecche, è colui da cui imparare come muoversi e come vivere la propria vita, e che ogni tanto ci insegna qualche perla di saggezza sull’agire umano. Cambazzu è il desiderio nonché il padre putativo che alla fine è destinato a deluderti, zio Mino diventa l’aguzzino, il padrone che da generoso diventa carceriere senza che Peppino riesca in alcun modo a opporsi, Wahid è l’amico che in più di un’occasione ti salva la vita e ti mette al sicuro le chiappe, la nonna e gli altri parenti, così come i giovani della casa famiglia, sono il generico nemico da cui salvaguardarsi ma che nel contempo ti aiuta a vivere e a crescere. La voce narrante è verosimigliante, forse troppo, talmente netta e delineata che, in alcune fasi, assume il connotato stereotipato sul quale purtroppo è abbastanza semplice cascare, ma questa concezione tende a modificarsi all’interno del percorso di auto-analisi che Peppino, comunque, si ritrova a condurre.

Stile e forma: Il narrato è estremamente curato, laddove anche l’utilizzo del gergo non è frutto di trascuratezza ma di estrema ponderazione espressiva. Lo stile è sciolto e avvincente, si genera nella lettura un buon ritmo, facilitato comunque dall’innocenza di Peppino e dall’estrema coerenza tra il tenore espositivo e la peculiarità della sua voce. Unico neo presente è nella gestione della trama, soprattutto nella fase finale dove il ritmo degli eventi assume una brusca accelerata arrivando alla rivelazione finale forse troppo celermente, facendo sorgere il sospetto che la conclusione sia stata un po’ troppo affrettata rispetto ai tempi che avrebbe richiesto al lettore per coglierne le implicazioni. Ma si tratta comunque di un elemento soggettivo e in quanto tale, non determinante nel giudizio complessivo del testo.

Conclusioni: la lettura di questo romanzo è stato per me un battesimo, sia per il modo con cui la voce, spesso silente nella vita reale, del protagonista, trova il modo di investire come un fiume in piena il lettore, sia perché si tratta del mio primo approccio con l’autore, che comunque ha avuto il merito di avermi coinvolto e avermi fatto apprezzare la narrativa di marchio sardo a cui mi sono sempre accostato con sospetto. A ogni modo l’esperienza di lettura è stata accattivante, coinvolgente e anche divertente in diversi passaggi. Una lettura dedicata a tutti quelli che, con leggerezza, hanno bisogno di sentire l’altro, proprio quell’altro che spesso non viene ascoltato o che non ha voce, per scoprire che alla fine, al di là dei percorsi particolari, ciascuno di noi vuole una cosa soltanto: affermare il proprio posto nel mondo.

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Pubblicato da su 11 dicembre 2013 in Letteratura, Recensioni

 

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