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Il peso dell’amore è così dannoso?

10 Set

Non lo so, ho come l’impressione che per un passo avanti che viene fatto, si ritorna indietro di almeno due.
Mi spiego: qualche sera fa, in un’occasione mondana, mi è capitato di parlare di Eclissi, della sua genesi e, soprattutto, della tematica che sottende un po’ tutta la storia che ho pubblicato quasi un anno fa. Oltre al vivo interesse della platea, sono andato incontro (era la prima volta che mi capitava) anche a qualche replica di qualche spettatore che non tanto ce l’aveva col libro, quanto col credere che qualsiasi riconoscimento riservato alle coppie dello stesso sesso non fosse necessario. Non solo facendo riferimento al fatto che per tutelare la coppia da problemi vari dal decesso alla malattia “bastava fare testamento” (al che non ho potuto resistere alla tentazione di rispondere che qualche volta anche le coppie omoaffettive avrebbero diritti da tutelare in vita, non solo in prospettiva di morte), ma troppo lontano perché potessi accorgermene (ma qualcuno dei presenti mi ha fermato appositamente per riferirmeli a evento concluso) la stessa persona ha anche affermato con convinzione che solo riconoscere una coppia omo come tale, era un danno sociale e, soprattutto, un danno alla famiglia.

A prescindere dall’episodio in sé, che comunque non è stato gradevole, ma non per me quanto per chi ha espresso certi giudizi opinabili ricevendo adeguata risposta, in questi giorni riflettevo proprio sul grave peso che, a conti fatti, costituisce l’amore per le persone che sono convinte di queste grandi perle di saggezza. Perché se andiamo a scavare a fondo sui motivi oggettivi che impediscono a un amore di essere riconosciuto, a parte i commenti sulla relazione naturale e sul diritto naturale, più volte oggetto di confutazioni e approfondite analisi, a parte i discorsi sull’etmologia delle parole matrimonio e famiglia, sempre riferiti a maternità e al rapporto eterosessuale, al di là di tutte queste considerazioni, non trovo de motivi o dei riscontri reali ai danni che cagionerebbe non solo che due persone si amino, ma che questa loro unione possa essere riconosciuta a livello normativo.
Qualcuno potrebbe illuminarmi in questa calda mattina di (quasi) metà settembre?

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1 Commento

Pubblicato da su 10 settembre 2013 in Blog

 

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Una risposta a “Il peso dell’amore è così dannoso?

  1. franco Cuomo

    10 settembre 2013 at 11:21

    Ti rispondo con un mio vecchio intervento letto al Gay pride di Salerno .
    _____________________________________________________________________

    MERCOLEDÌ, 12 MARZO 2008
    I PATTI CIVILE DI SOLIDARIETÀ E LA QUESTIONE GAY
    Le attuali leggi italiane non permettono a due persone dello stesso sesso di dare una regolamentazione giuridica ai loro rapporti di coppia, neanche se basati su convivenze stabili.Non è così nel resto d’Europa. Leggi specifiche riconoscono dignità e diritti alle coppie omosessuali in Francia, Germania, Olanda, Belgio, Portogallo Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Islanda, Lussemburgo e nelle regioni spagnole di Catalogna, Aragona, Navarra. La Gran Bretagna, la Svizzera e la Croazia stanno per approvare leggi analoghe su proposta dei rispettivi governi. Il 15 gennaio 2003 il Parlamento europeo ha chiesto per l’ennesima volta agli Stati membri di riconoscere pari diritti alle coppie dello stesso sesso. La Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea vieta qualunque discriminazione motivata dall’orientamento sessuale e riconosce a tutti il diritto a costituire una famiglia. E’ un percorso di libertà in cui l’Italia è rimasta indietro, bloccata da pregiudizi anacronistici. Il PACS (Patto Civile di Solidarietà) non rivolto solo alle persone omosessuali: è uno strumento a cui possono accedere anche le coppie di sesso diverso che non vogliono contrarre matrimonio ma preferiscono una regolamentazione più snella e leggera per il loro rapporto. Per i gay e le lesbiche rappresenterebbe la prima forma di riconoscimento giuridico delle proprie unioni.Questa legge non impone nulla alle coppie di fatto che non vogliano darsi alcun vincolo giuridico: il PACS è un’opportunità in più per tutti, non è un obbligo per nessuno. Per le coppie di fatto che intendono rimanere tali ma che hanno un carattere di convivenza stabile la legge prevede alcuni riconoscimenti in più, nel rispetto della volontà della coppia di non darsi nessun vincolo normativo. Assistere il/la propria partner in ospedale, partecipare alle decisioni che riguardano la sua salute e la sua vita, lasciare in eredità il proprio patrimonio alla persona con cui si è condivisa l’esistenza senza le gravose imposizioni fiscali previste per un estraneo sono alcune delle opportunità, oggi negate, che verrebbero introdotte dalla nuova legge. Ben altra cosa è il matrimonio gay ovvero la legge approvata dal parlamento spagnolo e voluta da Zapatero. Per questa legge non si parla più di «marito e moglie» , ma semplicemente di «coniugi», scompaiono pure i termini di «padre e madre» per essere sostituiti dall’espressione «genitori». Sedici articoli del Codice civile modificati per permettere a due persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio. Zapatero sostiene, e io con lui, che si sta dando a tutti il diritto civile di garantire la felicità emotiva e sentimentale a tutti. Si può non essere d’accordo , ma fondamentalmente è di questo che si tratta. La Spagna è così il primo paese a maggioranza cattolica a consentire le nozze agli omosessuali.

    In Italia si è molto lontani da entrambe le leggi. Di PACS neanche a parlarne,figuriamoci di matrimonio. Rispetto a questi due argomenti, oggi si assiste ad una aggressione e ad un’ingerenza da parte delle autorità cattoliche, ma anche da molta parte delle forze politiche scese in campo sull’argomento e non solo di area conservatrice, mai stata così virulenta come ora. Bisogna opporsi a queste aggressioni e a queste ingerenze in maniera ferma e determinata – fuori da ogni vittimismo- organizzando una resistenza che possa permettere ad ognuno – nel rispetto dell’altro di poter essere ciò che è di realizzare pienamente la propria vita . Naturalmente i PACS sono cosa ben diversa dal matrimonio così come è stato formulato dal parlamento spagnolo di Zapatero e, personalmente – tra il PACS e il matrimonio – io propendo per il primo anche se credo che in una società che rispetti e salvaguarda i diritti di tutti i suoi cittadini, dovrebbe trovare posto anche il secondo. Il matrimonio è un istituto culturale che si è modificato nei secoli e non una necessità naturale inserita in un più ampio disegno divino come sostiene la chiesa, se questa convinzione è vera, lo è solo per una minoranza che professa una fede e non può essere estesa a tutti, ma solo a quella parte. In più, personalmente, penso che il matrimonio omosessuale e i PACS – garanzia di diritti- siano qualcosa che si sgonfierà appena sarà finita tutta questa aggressione e reazione da entrambe le parti e che le due istituzioni mostreranno tutti i limiti come limitato e cadente è l’istituto del matrimonio eterosessuale anche se è benedetto dal Signore. Ora, tutte queste cose noi le sappiamo, e conosciamo pure la difficoltà nel far capire alla stragrande maggioranza delle gente che la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea vieta qualunque discriminazione motivata dall’orientamento sessuale e riconosce a tutti il diritto a costituire un nucleo familiare. E’ un percorso di libertà in cui l’Italia è rimasta indietro, bloccata da pregiudizi anacronistici radicati ancora tra la gente non solo tra quella meno informata ma anche tra livelli di popolazione con una cultura media.

    Qui tutti hanno grosse responsabilità: è mancata la formazione di una cultura dei diritti, molto più attiva nei paesi di cultura anglosassone e parecchie di queste responsabilità possono essere ricercate non solo nella classe politica un tempo democristiana e bigotta e oggi invece beceramente e apertamente razzista, ma anche in buona parte della classe politica di sinistra e di centro sinistra che solo da poco affronta le problematiche legate all’ (omo) sessualità. E’solo grazie alle associazioni gay e lesbiche, che oggi si è conquistata una visibilità ancora molto lontana dal raggiungimento di obiettivi di pari opportunità, di dignità e di rispetto. Dalle nostre parti le discriminazioni sono ancora molto forti e, alle giovani persone omosessuali, sono concessi solo spazi ricreativi e di consumo, e molte volte anche insopportabili spazi televisivi che veicolano immagini assolutamente non vere delle persone gay. Vivere da gay a Napoli o a Salerno o in genere nel sud è ancora estremamente difficile e fonte di sofferenze personali, soprattutto quando si è giovani, quando non si è ricchi, quando non si ha un lavoro. Fatte queste premesse – io vorrei però evidenziare e denunciare anche una sorta di appiattimento della cultura gay su queste due problematiche,- quella del PACS e del MATRIMONIO come se tutte le persone omosessuali consapevoli, non aspettassero altro che di sposarsi o di adottare un bambino. Questo non è assolutamente vero, come non è vero che questi argomenti siano stati ben recepiti anche all’interno del movimento. Ci sono molte cose ancora che restano scoperte: il coming out è difficile, il rispetto di sé è un percorso fatto di consapevolezza maturata in contesti di civiltà che mancano nel sud Italia. Io che vengo da una storia diversa, che molte giovani persone omosessuali oggi neanche conoscono, ho nostalgia per una certa critica alla cultura che si faceva all’inizio degli anni settanta all’interno del movimento e che serviva proprio a rafforzare l’identità omosessuale, questa oggi mi sembra essere stata completamente abbandonata proprio dall’ARCI-GAY.

    Penso a certe problematiche, che entravano nel movimento, mutuate da pensatori critici come Laing e Cooper sulla critica dell’universo familiare, ma anche alle tesi contenute in un libro bellissimo, pubblicato da Einaudi nel 1977 e oggi ripubblicato da Feltrinelli che si chiama: Elementi di critica omosessuale: dello scomparso Mario Mieli e che consiglierei a chi di noi non l’avesse ancora fatto , di leggerlo. Oppure a Laing e Cooper, che demolirono i presupposti della psichiatria autoritaria e l’impostazione mistificante della sessualià fondata sulla riproduttività eteresessuale , sulla famiglia e sul matrimonio. In questa discussione che vede impegnati con virulenza i vari Casini, Pera, Ruini e cateschismi vecchi e nuovi, mi manca la voce di pensatori come Foucault, che sostenevano che la sessualità è un fatto preminentemente culturale, contro la pretesa naturalità in cui vorrebbe relegarla la chiesa. Oppure l’educazione sentimentale – tutta gay – di Roland Barthes. Mi manca – per farla breve- un discorso di più ampio respiro oggi sostituito dalla unica battaglia del riconoscimento delle unione civili sicuramente importante, ma non unica.Da questo punto poi, bisognerebbe fare tutta una serie di riflessioni sulla cultura di ogni singolo omosessuale, perché l’omosessuale non è una specie, nel senso che gli omosessuali non sono tutti uguali tra loro, come molti eterosessuali pregiudizievolmente pensano. Ma ci sono differenze di carattere, classe, comportamento, per cui certi modelli omosessuali appartengono ad una certa estrazione culturale, certi altri no, e questi determinano a loro volta stili di vita e atteggiamenti affatto biologici. In ultima analisi, non esiste una natura omosessuale, bensì diverse culture omosessuali e questa è una cosa da non dimenticare mai, e che oggi anche all’interno del movimento non è più ricordata da nessuno. Essere omosessuali non deve significare esclusione e emarginazione, ma nemmeno avere una medaglia:significa essere una persona come tutte le altre. I pregiudizi di cui ho parlato sono purtroppo ancora molto radicati, anche in persone di cultura medio-alta e non è raro sentire anche persone accreditate culturalmente aprire una conversazione con la frase: voi omosessuali , come se fossimo una razza a parte.Questo appunto la dice lunga su quanto l’affermazione dei propri diritti, non risolva, se non in minima parte, il problema della necessità di una cultura delle relazioni tra gay, cioè tra di noi, una cultura dell’identità omosessuale oggi difficilmente reperibile. Oggi tende a prevalere l’immagine del gay tutto amore familiare e buonismo d’accatto ulivista e anche questo è un insopportabile clichè che mal si adatta alle persone omosessuali.Al momento, da questo punto di vista, il panorama è abbastanza sconfortante: a noi gay certamente sono riconosciuti molti più spazi e molti più diritti di un tempo nelle società del capitalismo globalizzato, ma questa è a mio avviso una situazione apparentemente rassicurante e anche effimera, nel senso che è legata alle opportunità e alle sensibilità politiche dei governanti, e delle culture.Poco si è fatto e si fa, per la sistemazione e la fortificazione (perdonatemi i termini ) di una identità gay e di un sistema culturale di valori, che possa essere condiviso da tutti noi . Intanto queste “libertà” potrebbero essere perdute in un momento , ma peggio, i comportamenti delle persone omosessuali potrebbero essere lasciati ancora per molto tempo solo nell’ambito del sessuale, rafforzando il pregiudizio che dall’origine della società borghese pesa sugli omosessuali anche nella stessa definizione: è più comune omosessuale che omoerotico e questo non è un caso. In più, la scarsa formazione culturale delle giovani generazioni, rafforza comportamenti improntati ad un consumismo sessuale nevrotico svincolato da qualsiasi affettività, contribuendo ancora una volta a determinare colpevolizzazioni e insicurezze. Ad un uso dei piaceri dovremmo – parafrasando Foucault – affiancare anche una cura di sé . Ovvero una costruzione profonda di un codice, che includa sentimenti e affetti, cultura dei valori etici da coltivare all’interno delle nostre comunità e cultura della persona che bilanci una volta per tutte gli effetti del desiderio falsamente liberatorio in cui spesso si resta costretti. Bisognerebbe, in ultima analisi, impegnarsi nella seria costruzione di una scandalosa educazione sentimentale gay e vivere finalmente, dimenticandosi di essere gay. I Pera , i Casini , i Ruini si occupassero di ben altre crisi che certamente non sono il frutto del nostro “disordine” mentale, ma del loro.
    Franco Cuomo

     

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