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Via Crucis [RACCONTO]

14 Lug

Assisi, città santa.
Ho smesso di chiedergli perché ci sia voluto venire a ogni costo.
La via lastricata si snoda davanti ai miei occhi, i turisti camminano lenti, come tanti pellegrini.
Fa caldo. Il sole illumina le guglie dei palazzi accanto e le torri, i tetti. Lui è vicino a me, scruta la cartina. Mi fa un cenno, dobbiamo andare.
Inizio a sentire silenzio. Come se intorno ci fosse il vuoto.
Un rivolo di sudore mi cola dalle tempie, rallento. Un campanile solitario suona. Il rintocco lugubre tira le corde della mia coscienza.
Chiudo gli occhi. E accade.

Stazione 1
Il cielo è nero. Sono solo, col cuore schizzato tra le tempie.
– Ma che diamine – la frase mi si strozza in gola. Il disco solare sembra danzare: zig zag, poi avanti, e indietro.
La luce è gelida. Il lastricato sotto i miei piedi è fatto di ghiaccio.
Bisbigli. Non c’è nessuno, eppure un coro sommesso, in lontananza, inizia a cantare – Alleluja.
Corro, disperato. Dov’è lui? Dove sono tutti?
Non vedo vie di fuga, incespico terrorizzato.
Qualcuno mi afferra le mani, le braccia tese fanno male.
– Aiuto! – vorrei urlare, ma la voce riecheggia soltanto nella mia testa. Insieme ai mormorii della moltitudine invisibile.
I bisbigli aumentano. La maglia mi viene sollevata, le spalle denudate.
Solo, immobile. Tremo.
– Non giacerai con un uomo come con una donna. E’ un abominio.
Mi percuotono forte la schiena, dolore forte, indescrivibile. E ancora, di nuovo.
Qualcuno inizia a contare, la pelle si dilania, colpo su colpo.
Continua a contare. Deve arrivare sino a trentatré.

– Hai visto il monastero?
Mi ridesto, sento la schiena in fiamme, lacrimo. Lui non se ne accorge, continuando a indicare la struttura a destra. Non mi chiede cosa mi sia successo, non saprei come spiegarglielo.
Voci, bancarelle, idiomi diversi.
Vorrei sapere dove sono stato. Lui avanza, io rallento. Lo sento ancora.
È forse un tuono?
Il buio sta per tornare.

Stazione 7
La fronte mi pizzica. Sulle spalle avverto un peso immane. Devo continuare a camminare, non posso fermarmi.
La maglia che indossavo è lacerata, ho le ginocchia sbucciate, un vento freddo si oppone al mio percorso.
La schiena è curva sotto questo peso. Trascino qualcosa che non distinguo.
– Tutti quanti siamo contaminati dal peccato originale. E tutti quanti siamo sulla terra per pregare e soffrire. Il vero dramma non è l’omosessuale ma il dolore che vivono le famiglie dove emerge questo problema.
Non vedo nessuna donna, eppure ne sento la voce. Continua a ripetere la frase, allontanandosi.
Mi trascino, curvo, il ghiaccio scricchiola, tra i piedi nudi. Scivolo.
Non posso cadere, non per la seconda volta. Ma il mio viso si scontra di nuovo col pavimento gelido.

– Ehi, ma che ti succede?
Mi trascina con forza, mi appoggio a lui per risollevarmi.
– Nulla.
Ho il viso sconvolto, zoppico.
– Vuoi fermarti?
Faccio cenno di no, siamo quasi giunti. Il colore bianco della basilica superiore mi colpisce la vista, quasi brillasse.
Rami, piccoli cespugli potati di un verde confortante. Poi il cielo, che non ho mai visto così blu.
– Andiamo – dico, col passo incerto. Di nuovo quel suono, mentre ci riprovo.
Un rintocco, due rintocchi, tre.
Dalla gola parte un singulto terrorizzato, devo proseguire.

Stazione 10
Quando ho avuto sete, la bocca è stata riempita d’acqua. Per una parte del tragitto, il peso è stato alleviato, prima di ricascare sulle spalle martoriate. Era tempo fa, forse.
Il signore è il mio pastore, non manco di nulla.
Gli stracci mi vengono strappati dal torso. È doloroso.
– Spalancate le porte del vostro cuore a Cristo!
Mi cascano i pantaloni, li perdo nel cammino.
– Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Rimango nudo come un verme. Non so chi parli, chi provochi questo dolore su di me. Uno sterrato pietroso subentra al ghiaccio, inerpicandosi lassù.
Sono ai piedi del mio Golgota personale.

La fila silenziosa prosegue nella penombra. Affreschi alle pareti, ci fermiamo a osservarli. Fa meno caldo, ho i piedi stanchi.
Lui rimane in contemplazione, osserva assorto tutto quanto. Mi siedo, sfinito. I colori tenui sui muri conciliano la calma. Ancora non capisco cosa mi sia successo. Perché, chiudendo gli occhi, vedo ciò che vedo? Qui è pieno di gente. Ho il terrore di sapere.
Non è ancora finita.
– Ti va di scendere alla basilica inferiore?
Annuisco, anche se vorrei andarmene, scappare da questo posto sacro. Guido mi posa la mano sulla spalla.
– Lì c’è la tomba del tuo santo. Per questo sono voluto venire qui.
Mi alzo. Le ginocchia tremano. Chissà se il mio protettore mi darà un cenno.
Scendiamo per le scale, la luce mi colpisce in pieno viso, come uno schiaffo. Andiamo di sotto, ci rimettiamo in fila.
Ci consegnano una candela, l’afferro titubante. Lo so che sta per succedere ancora, la vista vacilla, l’udito scompare a intermittenza.
Sbando. Devo avere coraggio e farla finita. Lui è davanti a me, mi dà sicurezza.
Sospiro, proseguendo chiudo gli occhi per ritrovarmi ancora…

Stazione 11
…qui. Disteso, a mezz’aria.
Sono stremato. Quel coro canta nenie lugubri.
Bisbigli, voci. Rimbombano nella mia mente.
Sono in cima. Il braccio destro si allunga. È costretto a farlo.
– Il sesso fuori dal matrimonio è peccato!
Dolore, che mi squarcia le carni. Ululo aria senza voce.
Uno spruzzo di sangue casca in terra. L’altro braccio, mi oppongo, non ce la faccio.
– L’omosessualità è contro natura!
Di nuovo. Svengo, ma non riesco a spegnere il cervello. Colpo su colpo i chiodi invisibili si conficcano nei polsi. Non ho più identità.
Dov’è Guido? Perché mi ha lasciato qui, da solo?
Mi afferrano i piedi, le mani invisibili li tirano giù. Piango, mi scuoto, mi dibatto. Non posso sfuggirgli.
Il cielo è nero, il sole gelido appare e scompare, ruota, si prende gioco di me.
– Per voi peccatori non si spalancheranno mai le porte dei cieli!
Le ossa delle caviglie si frantumano, tutto si compie, il dolore è insostenibile. Mi sollevano, sangue che gocciola sotto.
– Perché – penso – perché mi hai creato, Dio? Perché mi hai abbandonato, se non mi vuoi?
Debole, stanco, morto. Non so se mi spetta la resurrezione, non uscirò mai da questo luogo. Gli occhi non reggono più, mi manca il respiro. Hanno smesso persino di parlare. Nel buio si apre uno spiraglio, una luce. Due ali che volano. Sorrido, intravedo un uccello bianco avvicinarsi.
La mia fine è il mio inizio.
Poi nulla.

Il fruscio della carta mi risveglia.
Inginocchiato dinanzi alla tomba di San Francesco, un foglietto mi svolazza davanti.
Lo afferro. La luce della mia candela tremola.
Lo apro. Leggo e capisco. Con un tuffo nel cuore trovo le risposte alle domande che non mai avuto il coraggio di porre. Guido è con me, sorride. Gli afferro la mano, tra un po’andremo via.
Ho capito. Non mi devo vergognare, non devo avere più paura. Va bene così, è la nostra redenzione.
Posiamo le candele accese, avviandoci. Le mie dita toccano ancora la carta sulla tasca. Chissà chi l’ha scritto. Il suo messaggio è arrivato a me.
– Dio è amore.

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Pubblicato da su 14 luglio 2013 in Blog, Vita

 

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