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Coraggio, c’è davvero?

31 Mar

Non mi assumerò alcuna responsabilità su quello che scriverò qui sotto.
Giuro solennemente di non avere buone intenzioni [cit.]
Oggi volevo confrontarmi con l’idea di coraggio, lo stesso coraggio che ultimamente, a più riprese, viene enunciato da altri ogni volta che interagiscono con me e con quello che scrivo. Non importa se lo dica nella biografia, o se lo si rilevi dopo aver letto i miei testi. Tutti lì, a dirmi che, nonostante la bella scrittura (o la scrittura con sbavature, da rivedere o da asciugare) non perdono occasione per parlare di “coraggio”. Per quello che scrivo e per ciò che racconto. Per parlarne, con la mia faccia e i miei dati anagrafici, in Italia.
Credo che mi sfugga qualcosa.
A livello di intenti: non ho mai pensato di fare qualcosa di speciale. Oltre le facili speculazioni di marketing dove omofobia e reale politica di vendita privilegino – o in certi casi portino svantaggio – alle tematiche che tratto, mi chiedo cosa ci possa essere di coraggioso nel trattare argomenti che conosco, che possono essere verosimili per tanti. Al massimo, tra i miei obiettivi, ho voluto annoverare la possibilità si raccontare qualcosa che difficilmente emerge nella coscienza comune se non ci pesti il naso con la lettura, ma questo è davvero coraggio?

Oggi, parlare di omosessuali nelle proprie storie, è sinonimo di coraggio?
Ho sempre sostenuto che l’eroismo spesso e volentieri fosse presente nelle piccole cose, quelle di tutti i giorni, senza magie e super poteri. Ma non è questo il caso. Non mi sento un eroe per mettere la mia faccia e il mio vissuto nella scrittura. Scrivo solo perché mi piace farlo, perché per certi versi è un bisogno, un voler comunicare. Ma non ho mai pensato di dovermi sentire speciale perché scrivo storie di uomini che amano, soffrono o vivono la propria vita con altri uomini.

Quindi… che cosa c’è di eroico, coraggioso, o anche di pericoloso, nello scrivere quello che scrivo sotto la mia totale responsabilità e personalità?
Parlandone con qualcuno, qualche giorno fa, sono emersi due concetti interessanti:

Stereotipo: il fatto che vado al di la dello stereotipo classico per raccontare in modo vero la vita di persone normali. Persone belle, brutte, paranoiche, generose, cattive, omosessuali o amiche di gay. Una caratteristica come tante. Ma in questo caso lo stereotipo diventa anche il ritenere una tematica del genere come una scelta narrativa coraggiosa.

L’altro è essere se stessi, e avere la forza e la lungiiranza di portare se stessi dentro una storia, senza vergognarsi o nascondersi. In molti, durante un incontro di lettori della scorsa settimana, rilevavano una variazione tra la descrizione narrativa dell’omosessualità del passato e quella moderna (da Tondelli in poi). Senza veli, espliciti, nel dire e nel chiamare le cose come si chiamano per tutti: Non amico, ma amore/compagno. Non amicizia o interesse, ma relazione sentimentale.
Il coraggio pertanto diventa quello di essere se stessi.
Lo confesso, sono due prospettive interessanti. Ma continuo a credere di non essere coraggioso. Di parlare con la mia voce di cose che conosco, e che voglio condividere per rifletterci insieme. Ecco, l’unico coraggio, per me, è il non aver mai desistito da questo obiettivo.

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3 commenti

Pubblicato da su 31 marzo 2013 in Blog, Letteratura, Vita

 

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3 risposte a “Coraggio, c’è davvero?

  1. ilpiacerediscrivere (@piacerescrivere)

    1 aprile 2013 at 22:23

    Finalmente qualcuno che ne parla. Per scrivere ci vuole solo il coraggio di combattere mille pregiudizi. Complimenti per questo post, ci voleva.

     
  2. Lolita Guthrie

    29 aprile 2013 at 13:15

    “Da un certo punto in là non c’è più ritorno, è questo il punto da raggiungere”. Molto bella la citazione di Kafka che Julio Monteiro Martins mette davanti ad uno dei suoi mirabili editoriali dal titolo: “Il coraggio dello scrittore”, in uscita in questi giorni del n. 50 di Sagarana , la rivista on line da lui diretta da dodici anni. Monteiro Martins è uno scrittore di origini brasiliane con una grande storia personale e professionale alle spalle. Vive in Italia dalla fine degli anni ’90, uno degli esponenti più conosciuti della cosiddetta Letteratura della Migrazione , genere che identifica per lo più quegli autori provenienti da altri paesi del mondo che, per ragioni diverse, hanno deciso di vivere in Italia e che hanno cominciato a scrivere letteratura in lingua italiana. Buona lettura!

     

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